C’è una strana promessa che attraversa gli anni Ottanta, come un raggio filtrato da un vetro al neon: che da qualche parte, dietro lo schermo, il sole splenda sempre. È un’illusione tecnologica, una carezza sintetica che consola i telespettatori mentre le città si riempiono di antenne e riflessi.
Nel 1985, mentre Take On Me trasforma gli A-ha da band norvegese a fenomeno mondiale, Pål Waaktaar-Savoy scrive una nuova canzone. Non vuole ripetere la formula del successo: vuole andare oltre la superficie lucente del fumetto, dentro quella zona grigia dove l’immagine perde la propria innocenza.
Nasce così The Sun Always Shines on T.V. e con essa il lato crepuscolare degli anni ’80.
Il brano è una parabola pop travestita da preghiera elettronica. Una voce che invoca, una luce che non scalda, un pubblico immobile come una vetrina di manichini.
The Sun Always Shines on T.V. degli A-ha è la canzone che più di ogni altra riesce a raccontare la malinconia del moderno, quella che si nasconde nei riflessi perfetti dei synth, nel sorriso immobile dei videoclip, nel sogno di un amore proiettato in uno schermo catodico.
La nascita di “The Sun Always Shines on T.V.”
Waaktaar la compose in un hotel, davanti alla televisione. Fu colpito da una frase casuale di un annunciatore britannico: “The sun always shines on TV.”
Un’osservazione banale, eppure quasi profetica: la luce del piccolo schermo come sostituto di quella reale, come nuova fede dell’era tecnologica.
Il brano prese forma a Londra, prodotto da Alan Tarney, l’uomo che già aveva scolpito il suono di Take On Me.
Ma qui l’approccio cambia: Tarney costruisce un paesaggio sonoro più vasto, quasi liturgico, dove ogni eco sembra un’arcata di chiesa.
Le tastiere Yamaha DX7, i riverberi digitali, la batteria secca e l’arrangiamento orchestrale sono la grammatica di una spiritualità laica, quella che negli anni ’80 si cercava non più nei templi, ma negli studi di registrazione.
Quando uscì nel dicembre del 1985 come terzo singolo di Hunting High and Low, il pubblico ne fu sorpreso. Smash Hits scrisse:
“They sound like they’re trying to save pop music from itself.”
Sembrava un complimento ironico, ma c’era del vero: gli A-ha stavano davvero tentando di salvare il pop dall’eccesso di leggerezza, dandogli un cuore e una ferita.
Il testo di The Sun Always Shines on TV
Touch me
How can it be?
Believe me
The sun always shines on T.V.
Hold me
Close to your heart
Touch me
And give all your love to me
To meI reached inside myself but found
Nothing there to ease the pressure
Of my ever-worrying mindAll my powers waste away
I fear the crazed and lonely looks
The mirror’s sending me these daysTouch me
How can it be?
Believe me
The sun always shines on T.V.
Hold me
Close to your heart
Touch me
And give all your love to me
To mePlease don’t ask me to defend
The shameful lowlands of the way
I’m drifting gloomily through time(touch me)
I reached inside myself today
(give all your love)
Thinking there’s got to be some way
To keep my troubles distant
“Touch me, how can it be?”
C’è in queste parole un’urgenza infantile e sacra, la richiesta di essere toccati in un mondo che comunica solo per immagini.
Il testo di The Sun Always Shines on T.V. è una preghiera d’amore e alienazione:
il protagonista invoca un contatto, ma l’unica luce disponibile è quella artificiale dello schermo.
Il sole splende sempre in TV, anche quando nella vita reale piove.
Parafrasando: “Abbracciami, resta vicino, perché il mondo fuori non mi riconosce più. Lascia che la tua immagine sia la mia salvezza.”
È un messaggio che sembra arrivare da un futuro ancora più remoto, quello dei social network e dei filtri, ma è già tutto lì, nel 1985, tra un colpo di rullante e una dissolvenza.
Architettura digitale e dramma umano

Ascoltare The Sun Always Shines on T.V. in cuffia è come entrare in una cattedrale costruita con circuiti integrati.
La produzione di Alan Tarney è un esercizio di equilibrio tra la freddezza della macchina e il calore della voce.
I sintetizzatori non coprono, ma aprono: fanno spazio al falsetto di Morten Harket, che non canta ma prega, oscillando tra timore e trascendenza.
Il brano cresce lentamente, con una tensione quasi sinfonica: pianoforte iniziale, poi archi sintetici, poi la deflagrazione del ritornello, che è puro cristallo.
È un suono che trasforma il dolore in geometria, la malinconia in architettura.
Non c’è nostalgia, c’è una consapevolezza estetica: la messa in scena di un’“iperrealtà” dove la copia diventa più viva dell’originale. Parafrasando gli U2, “Even Better Than The Real Thing”.
Gli A-ha, forse senza saperlo, anticipano la pop music come esperienza spirituale simulata.
Il video: Steve Barron e la cattedrale dei manichini
Il regista Steve Barron chiude qui la trilogia iniziata con Take On Me e continuata con Train of Thought.
All’inizio del clip, un breve epilogo: i due amanti del video precedente si abbracciano, ma lui – il ragazzo uscito dal fumetto – non riesce a restare nel mondo reale. Il suo corpo trema, si dissolve. Lei urla.
Poi lo schermo cambia, e gli A-ha si ritrovano in una chiesa gotica popolata da manichini immobili, vestiti come un’orchestra.
Barron filma tutto in un bianco e nero spettrale, con lampi color seppia. È un’iconografia quasi religiosa: il gruppo suona davanti a un pubblico di statue, come se la televisione fosse un altare e i telespettatori fedeli senza voce.
I manichini diventano il simbolo perfetto della fruizione passiva. Il video, che vinse il MTV Video Music Award 1986 per fotografia e montaggio, non racconta, ma evoca: il suono diventa rito, la luce sacramento.
Le recensioni: Cronaca di una consacrazione pop
Nel gennaio del 1986, NME definì il singolo “una preghiera sintetica più grande di loro stessi”.
Rolling Stone parlò di “emozione disegnata con laser blu”.
Perfino Melody Maker, spesso scettico con il pop scandinavo, riconobbe:
“They’re not pretending to be human. That’s what makes it moving.”
Dietro la freddezza apparente del brano, molti critici coglievano un senso di vulnerabilità autentica, un bisogno di contatto in un mondo già dominato dalle immagini.
The Sun Always Shines on T.V. fu un successo clamoroso: n.1 nel Regno Unito e in Irlanda, Top 20 negli Stati Uniti.
Gli A-ha, fino a quel momento considerati “una band da poster”, diventarono una band da ascoltare con attenzione.
Da hit a canone sintetico
Il tempo non ha indebolito The Sun Always Shines on T.V., lo ha amplificato. Negli anni Duemila, riviste come Classic Pop lo hanno rivalutato come il vero capolavoro di “Hunting High and Low”, più complesso e maturo di Take On Me.
Anche la band, in più interviste, ha riconosciuto di sentirsi più legata a questo brano, che rappresentava “la nostra parte più sincera e scura”.
Curiosamente, gli U2 lo citarono nel 2005 fondendo il ritornello con Beautiful Day in un concerto a Oslo, come tributo al pop norvegese che li aveva ispirati.
Nel frattempo, nuove generazioni di artisti – dai Mew ai Chvrches – hanno ripreso quella malinconia luminosa, quell’equilibrio tra euforia e solitudine che gli A-ha avevano sintetizzato con precisione scandinava.
Curiosità e apparizioni: l’ombra della luce
- Il titolo del brano riecheggia indirettamente in It’s Always Sunny in Philadelphia: il creatore Glenn Howerton ammise di aver pensato inizialmente a It’s Always Sunny on T.V. dopo aver ascoltato il disco;
- Il pezzo è apparso in spot, compilation e reinterpretazioni di ogni genere – persino una versione MTV Unplugged nel 2017, con archi reali e un Harket quasi liturgico;
- Ma la vera curiosità è il suo lato B, Driftwood: una canzone minore, eppure rivelatrice. Quel titolo – “legno alla deriva” – è un’immagine perfetta per capire lo spirito del brano principale: esseri umani trascinati dalla corrente mediatica, che però cercano ancora una riva, un cuore, una verità.
Sole di plastica
Ogni epoca ha la propria religione. Negli anni ’80, la televisione era la nostra chiesa, e The Sun Always Shines on T.V. ne fu il canto più struggente.
Gli A-ha non accusano né predicano: mettono in scena la contraddizione, la fede in una luce finta e il desiderio di una salvezza autentica.
Nel finale, la voce di Harket si alza oltre ogni frequenza, come se volesse bucare lo schermo, come se il suono potesse riportarlo alla realtà.
È un grido moderno e antico insieme: “Hold me / close to your heart.” Non ci sono fumetti, la realtà non esiste. C’è solo il mondo di un ragazzo, la sua preghiera e un fascio di luce artificiale. Per un istante, sembra davvero il sole.
Mi torna sempre in mente una scena di Intervista col vampiro: Tom Cruise nel ruolo di Lestat, seduto in un cinema vuoto, dopo l’invenzione della cinematografia.
Guarda sullo schermo il miracolo dell’alba, finalmente senza bruciarsi, senza dolore.
Solo la luce, nuda e inoffensiva, proiettata nel buio.
In quell’immagine c’è lo stesso struggimento che vibra in The Sun Always Shines on T.V.: la sete di realtà di chi vive di riflessi, l’emozione di chi sa che non potrà mai sentire il calore del sole, ma si accontenta di vederlo passare, innocuo, dentro una macchina di sogni.
Forse è per questo che continuiamo a riascoltarle questo capolavoro degli A-ha: per riconoscere in quella voce il brivido di Lestat, pronti a trovare un po’ di conforto davanti a una luce che affascina, rassicura, in fondo non esiste.




