Questa mattina, mentre bevevo il caffè, mi sono imbattuto in una notizia curiosa. I Rolling Stones stanno per uscire con l’ennesimo album (siamo arrivati al milionesmo?).
Si chiamerà Foreign Tongues e avrà a che fare… con Madonna? Apparentemente sì. Perché mentre Jagger e soci preparano nuove canzoni, in rete impazzano le voci su un possibile Confessions on a Dance Floor 2 della regina del pop. Due leggende, due progetti, un unico filo conduttore: l’arte di reinventarsi.
E cosa c’entra tutto questo con i Tiny Tide, progetto indie nato tra Cesena e collaborazioni sparse per mezza Europa? Più di quanto sembri.
Perché Madonna con Confessions on a Dance Floor nel 2005 ha dimostrato che puoi rileggere la disco music degli anni ’70 attraverso l’elettronica contemporanea senza perdere un grammo di credibilità.
I Rolling Stones continuano a suonare Satisfaction in modi sempre diversi, come se ogni sera fosse la prima volta. Reinventarsi senza tradirsi: questo è il segreto.
Ed è esattamente quello che succede con Fanthology Vol.1, il nuovo album dei Tiny Tide in uscita il 25 aprile 2025.
Non propriamente un best of
Fanthology non è un greatest hits, né una compilation nostalgica. È un progetto ibrido che sta a metà tra l’antologia (anthology) e l’omaggio ai fan (fan), ma anche alla fantasia (fantasy) che permette di dare nuova vita al proprio catalogo. Tredici tracce che coprono un arco temporale di quindici anni – dal 1999 al 2015 – reinterpretate, risuonate, rimmaginate.
I Tiny Tide, progetto nato dall’intuizione di Mark Zonda e cresciuto attraverso collaborazioni internazionali (Regno Unito, Francia, Svezia, Indonesia), hanno sempre avuto un rapporto complicato con il tempo.
Nei loro dischi convivono echi di twee pop à la Sarah Records, dream pop etereo e quella malinconia mediterranea che solo chi viene dalla Romagna sa mescolare con synth e chitarre jangly.
In Fanthology Vol.1 le vecchie canzoni della band (e un inedito) respirano, cambiano pelle, si trasformano.
1999-2015: un viaggio nel tempo (e negli archivi di internet)

Quando nel 1999 Mark Zonda registrava Yuriko Has Come to Town nel suo primo album solista Feel The Blank, usando un Fostex a 4 tracce in camera da letto, il mondo della musica indie era ancora ancorato a fanzine fotocopiate, compilation su cassetta e forum IRC.
Napster era appena nato, MySpace non esisteva ancora. Era l’epoca in cui i Belle and Sebastian dominavano le classifiche indie britanniche e il twee pop era ancora un segreto condiviso tra pochi.
Ma c’era chi era già avanti. Feel The Blank, il progetto precedente, aveva un sito suo con l’album rappresentato come una città navigabile: i brani erano edifici da esplorare, formiche digitali inseguivano il cursore del mouse, testi e versioni MIDI erano scaricabili liberamente.
Roba da far impallidire i primi esperimenti di Net Art (non per niente Mark Zonda era uno dei pochi digital artist citati da Shift Magazine). Mentre la maggior parte delle band indie azzardava al massimo la creazione di una pagina su Geocities con qualche gif animata, qualcuno in provincia di Forlì-Cesena stava già immaginando un album come esperienza interattiva.
Nel 2007, quando The Psychopath At The Club iniziava a prendere forma, il mondo era cambiato. MySpace era diventato il luogo per scoprire nuova musica, i blog con mp3 proliferavano, Pitchfork decideva le sorti delle band emergenti. Era l’era del chillwave, della witch house, dell’indie sleaze.
Gli Arctic Monkeys dimostravano che potevi diventare famoso senza un’etichetta, solo con Internet e il passaparola.
Le demo dei Tiny Tide mica nascevano ad Abbey Road, ma in una cameretta: Mark Zonda le registrava, le faceva sentire agli altri della band, poi le riarrangiavano dal vivo.
Le proto-canzoni finivano su MySpace, dove la gente le scopriva. Nelle versioni originali di Psychopath, Fabio Benni dei Le Man Avec Les Lunettes aveva fatto dei cori meravigliosi, degni degli Air.
Quando Febrero uscì nel 2011, Pitchfork la menzionò per un giorno. Solo un giorno, ma bastò per far rumore.

Il 2009 vede la nascita di Matrioska sotto lo pseudonimo Helmut & The Call: Spotify era appena arrivato in Europa, Twitter esplodeva, nasceva la generazione dei “bedroom producers”.
Real Estate, Beach Fossils, Washed Out definivano un nuovo minimalismo lo-fi che profumava di estate eterna e cassette masterate male apposta.
Nel 2010, all’Indie Tracks Festival (quel raduno magico di twee pop organizzato su treni d’epoca nel Derbyshire) Mark Zonda prendevaappunti per poi scrivere al ritorno in Romagna Tweening Every Days, registrato poi in un solo giorno. Era l’anno di Teen Dream dei Beach House, di Treats dei Sleigh Bells. L’indie pop tornava ad essere infantile, sognante, disarmato.
Arriviamo al 2011, anno cruciale per i Tiny Tide: esce Plato’s Summer Stars con Hash Piper (ispirata dall’incontro con le Puro Instinct e dal loro Headbangers in Ecstasy), mentre BeachVolley Fields Forever compare per la prima volta in Febrero.

Instagram è appena nato. Tumblr è al suo apice estetico. La nostalgia per gli anni ’90 inizia a farsi sentire.
Infine il 2015: l’anno in cui viene registrata The Bakers, brano inedito ispirato ai coniugi Baker (Tom Baker e Lalla Ward di Doctor Who), che rimane nel cassetto fino ad oggi.
Spotify ha ormai cambiato per sempre il mercato musicale, le playlist algoritmiche decidono i destini degli artisti, il vinile vive una resurrezione improbabile.
Quindici anni in cui la musica indie è passata da fenomeno underground a mainstream e ritorno, in cui i formati fisici sono morti e risorti, in cui Internet ha creato e distrutto comunità musicali a ripetizione.
Quattro Visioni, Una Psicopatica
Uno degli aspetti più affascinanti di Fanthology Vol.1 è l’approccio radicale alla variazione. Prendiamo The Psychopath At The Club: non si tratta di remix o remaster, ma di quattro versioni completamente diverse dello stesso brano.
La alternate version è indie pop cristallino, tutto chitarre jangly e melodie immediate. La stupid version vira verso il dream pop etereo e lo shoegaze, come se i My Bloody Valentine avessero deciso di coverizzare i Camera Obscura. E poi c’è l’iconic version: immaginatevi Juliette Lewis che entra in un pub di Londra e incontra Mike Garson (il pianista di Bowie in Aladdin Sane). Iniziano a suonare insieme, senza prove, senza rete.
Stesso approccio per Yuriko Has Come to Town, presente in ben quattro incarnazioni: shibuya version, one nation version, japanese version, indie pop version. Ognuna racconta lo stesso episodio (l’arrivo improvviso di un amico scomparso per anni all’estero che scombussola piani e routine degli amici) ma lo fa con linguaggi musicali differenti.
È lo stesso principio che ha guidato i Rolling Stones per sessant’anni: Satisfaction suonata nel 1965 non è la stessa del 2025, eppure rimane se stessa. O Madonna che rilegge Like a Virgin nel Confessions Tour trasformandola in un manifesto disco-funk.
To Twee Or Not To Twee
Tweening Every Days (melancoly version) (sì, non è un errore ortografico) nasce da un dettaglio banale e perfetto allo stesso tempo.
All’hotel dove soggiornavamo nelle Midlands durante l’Indie Tracks Festival del 2010 offrivano tè Twinings tutte le mattine. Twinings Tea + Twee Pop: il gioco linguistico si è scritto da solo. Il “tweening” nell’animazione indica i frame intermedi, quelli che non vedi ma che rendono fluido il movimento. Ed è esattamente questo che fa il brano: riempie gli spazi vuoti tra una tazza di tè inglese e l’altra, tra un concerto su un treno e la malinconia della partenza.

Registrato in un solo giorno con una chitarra acustica, è puro minimalismo emotivo. Sarah Records incontra i primi Magnetic Fields. Nella Fanthology diventa finalmente un brano compiuto.
Dalla Spiaggia Romagnola ai Kokeshi Russi
BeachVolley Fields Forever è surrealismo quotidiano romagnolo: un ragazzo torna al mare e trova la spiaggia occupata solo da stupidi campi da beach volley.
Niente più libertà, solo reti e sabbia delimitata. Il titolo strizza l’occhio ai Beatles, ma l’anima è pura frustrazione da ombrellone prenotato alle 6 del mattino.
Hash Piper (flaxen haired version) porta l’eco di quell’incontro del 2011 con le Puro Instinct, duo californiano che mixava psichedelia, chillwave e pop anni ’60. Il titolo gioca su più livelli: Hash Pipe dei Weezer (band totem per Mark Zonda, ossessionato da Pinkerton e dall’estetica Geffen Records), ma anche Piper Kaplan, la cantante delle Puro Instinct. Un doppio omaggio mascherato da gioco di parole. Il risultato è tutto suo: una ballata stralunata che profuma di incenso e sintetizzatori vintage.
E poi c’è Matrioska (geffen version): bambole russe, strati su strati di significato, registrata nel 2009 sotto lo pseudonimo Helmut & The Call. Una finta band russa inventata su MySpace. Il bluff funzionò talmente bene che perfino in Russia la scambiarono per reale e la intervistarono su una rivista.
Nel 2009, quando MySpace permetteva ancora di costruire identità multiple e nessuno faceva troppo fact-checking, potevi essere chiunque. O qualunque band. Il riferimento a Geffen Records non è casuale: è l’etichetta che ha pubblicato Pinkerton, Dirty dei Sonic Youth, Nevermind dei Nirvana. Quel suono “sbagliato” e perfetto allo stesso tempo.
The Bakers e il Quarto Dottore
Tra gli inediti spicca The Bakers, ispirata ai coniugi Baker: Tom Baker (il Quarto Dottore di Doctor Who) e Lalla Ward (Romana).

Registrata nel 2015 ma mai pubblicata, è una canzone d’amore nerd, un omaggio a quella coppia che si è conosciuta sul set di una serie di fantascienza e ha vissuto una storia brevissima ma intensa.
La wuthering version aggiunge un layer di tormento alla Emily Brontë: vento, brughiere, passioni impossibili. Doctor Who incontra Cime Tempestose. E inevitabilmente Kate Bush, perché quando pensi a Wuthering Heights non puoi non pensare a lei che canta “Heathcliff, it’s me, I’m Cathy…” nel 1978.
Quel brano l’ho sempre pensato per Kate: melodrammatico, letterario, completamente fuori controllo.
Cosa Accomuna Madonna, Jagger e i Tiny Tide
Torniamo alla domanda iniziale. Cosa lega davvero la regina del pop, la band rock più longeva della storia e un progetto indie italo-internazionale?
La risposta sta nel modo in cui affrontano il proprio catalogo. Madonna non ha mai avuto paura di cannibalizzare le sue hit, di rileggerle attraverso nuove mode musicali. Confessions on a Dance Floor era questo: un greatest hits mascherato da nuovo album, dove Hung Up citava ABBA ma parlava anche di tutte le altre volte in cui Madonna aveva ballato sulla pista da ballo della pop music.
I Rolling Stones, con Foreign Tongues alle porte, continuano a suonare le stesse canzoni da sessant’anni, ma ogni volta le adattano al presente. Jagger a 81 anni si muove sul palco come se avesse ancora vent’anni, eppure quella non è nostalgia: è una presenza continua, un rifiuto di fossilizzarsi.
I Tiny Tide fanno lo stesso su scala ridotta ma con la stessa onestà intellettuale. Fanthology Vol.1 non è un “ritorno”, perché i Tiny Tide come progetto di Mark Zonda non se ne sono mai andati. È un modo di dire: guardate, queste canzoni esistono ancora, e adesso le sentirete diversamente.
In un’epoca in cui gli algoritmi di Spotify decidono cosa ascoltiamo basandosi su pattern ripetitivi, in cui la nostalgia è diventata un’industria e il “throwback” è una categoria merceologica, progetti come Fanthology Vol.1 dimostrano che rileggere il proprio materiale può essere anche un gesto creativo, se fatto con intelligenza e senza retorica.
Dove ascoltare Fanthology Vol.1
Fanthology Vol.1 dei Tiny Tide sarà disponibile dal 25 aprile 2025 su tutte le piattaforme digitali: Spotify, Apple Music, Bandcamp, YouTube Music, Amazon Music, Tidal, Deezer. Un disco che attraversa quindici anni di storia per arrivare dritto al presente.
Le cose importanti della vita arrivano sempre quando meno te lo aspetti. Alla fine ti accorgi che, in fondo, tutti stiamo facendo la stessa cosa: cercare nuovi modi di dire le stesse cose.
Tiny Tide – Fanthology Vol.1
Fuori il 25 aprile 2025
KinGem Records / Distribuzione digitale worldwide




