C’era una volta un detective baffuto e geniale che dalla pagina disegnata saltò direttamente nello schermo televisivo.
Negli anni Settanta, in piena era di sperimentazioni audaci, la RAI mandò in onda Gulp! Fumetti in TV (e poi SuperGulp!), un programma rivoluzionario in cui i fumetti prendevano vita sul piccolo schermo.
Protagonista e anfitrione di quell’esperimento mediatico fu proprio Nick Carter, investigatore privato uscito dalla matita di Bonvi (Franco Bonvicini) e dalla fantasia registica di Guido De Maria.
I cartoni di Nick Carter – brevi episodi semi-animati tratti dal fumetto umoristico-poliziesco-noir di Bonvi – unirono il giallo classico con la comicità slapstick, diventando un piccolo culto televisivo.
Con la sua ironia metanarrativa e i personaggi sopra le righe, Nick Carter riuscì a fondere il noir con la farsa.
Nel 1972, Nick Carter fece il suo debutto su RAI2 presentando Gulp! Il successo fu tale che nel 1978 tornò in prima serata su RAI2 a presentare SuperGulp! insieme ai suoi inseparabili colleghi, circondato da un’intera galleria di eroi dei fumetti.
Ma chi era Nick Carter? Chi erano i suoi bizzarri compagni d’avventura? Quali frasi e personaggi di quella stagione televisiva sono rimasti nell’immaginario? Scopriamolo insieme.
Nick Carter: il detective in trench e papillon a pois
Nick Carter è il simpatico protagonista dell’omonimo fumetto umoristico-poliziesco-noir firmato da Bonvi, nonché il primo “cartone animato” pensato appositamente per la TV italiana.
- Professione: investigatore privato;
- Altezza: bassa (non arriverebbe alla spalla di Tex Willer, per intenderci);
- Look: un collage affettuoso dei detective classici – indossa il berretto alla Sherlock Holmes, l’immancabile impermeabile stile Humphrey Bogart e sfoggia un vistoso papillon rosso a pois bianchi.
Il nome stesso è un omaggio meta-letterario: Nick Carter era infatti il nome di un celebre detective della narrativa pulp di fine ’800, ripescato e reinventato in chiave comica. (slumberland.it)
A dispetto dell’aria astuta e dell’ego spropositato, il nostro Carter non sempre brilla per acume.
Spesso risolve casi intricati più per fortuna sfacciata che per reale ingegno deduttivo; ma puntualmente, a fine avventura, si vanta di aver capito tutto fin dall’inizio (quando noi spettatori sappiamo bene che non è così).
Questa bonaria presa in giro del grande detective infallibile era parte del fascino della serie: Nick Carter è insieme parodia e tributo al genere noir, un investigatore che inciampa nei cliché del poliziesco per poi riderci sopra con complicità.
Figlio della penna dissacrante di Bonvi, Nick Carter vive in una New York immaginaria anni ’40, ma le sue avventure possono portarlo ovunque: da piramidi egizie a castelli infestati, in un caleidoscopio di ambientazioni esotiche.
Sempre con il medesimo schema rassicurante:
- un mistero all’apparenza insolubile;
- un colpevole da smascherare;
- la battuta finale a suggello dell’episodio.
Proprio così: ogni episodio di Nick Carter si chiudeva con un tormentone fisso, una sorta di firma degli autori. Scopriamo quale, conoscendo prima i suoi inseparabili partner.
Patsy: la forza bruta dal cuore d’oro

Ogni grande detective ha bisogno di una spalla fidata. Nick Carter ne ha addirittura due. La prima è Patsy, un omone forzuto alto il doppio del suo capo.
Patsy è il classico “gigante buono ma un po’ tonto”, un armadio umano dotato di forza sovrumana di cui spesso nemmeno lui si rende conto. Immaginate un incrocio tra l’incredibile Hulk e Ollio: possente nei muscoli, ingenuo nell’animo.
Patsy sfonda porte, abbatte muri e mette KO i cattivi con un singolo pugno – salvo poi domandare candidamente: “Ho fatto qualcosa di sbagliato, capo?”.
La goffaggine di Patsy genera gag a ripetizione: quando cerca di aiutare, finisce invariabilmente per combinare qualche guaio, meritandosi occhiatacce esasperate da Nick e un divertito “te l’avevo detto” dal collega Ten.
Nonostante la mente non brillantissima, Patsy è un alleato leale e coraggioso, pronto a gettarsi nella mischia per difendere i compagni. Il suo repertorio spazia dai cazzotti alle armi da fuoco: se c’è da inseguire un malvivente o sfondare una finestra, è sempre l’uomo giusto.
Patsy rappresenta la forza fisica al servizio della giustizia (per quanto strampalata essa sia in questo fumetto). Proprio a lui toccava spesso il gag conclusivo degli episodi: ricordate quel tormentone fisso di cui parlavamo? Ebbene, alla fine di ogni avventura era Patsy a commentare con tono bonario: “…e l’ultimo chiuda la porta!”, prima di sbattere la porta con troppa foga e mandarla in pezzi con un fragoroso SLAM! (cartonionline.com).
Una chiusura letterale e metaforica, che fece epoca. (Avete riconosciuto la frase? Tenetela a mente, perché tornerà fuori più avanti!).
In Patsy convivono comicità slapstick e tenerezza: è il big man dal cuore fanciullesco, un Sancho Panza gigantesco che segue il suo Don Chisciotte detective ovunque, tra un “Maledetto Carter!” borbottato dal cattivo di turno e un proverbio cinese sussurrato dall’altro assistente. Già, perché a completare il trio c’è un terzo personaggio indimenticabile…
Ten: il saggio giapponese dalle mille risorse

Bassino, composto, con un completino giacca e cravatta sempre impeccabile, Ten di Nick Carter potrebbe sembrare l’opposto di Patsy – e infatti lo è.
Ten è “un piccolo giapponese” tutto cervello e disciplina, l’altra spalla di Nick Carter che porta in dote al trio la saggezza orientale (o meglio, lo stereotipo di essa). Lo vediamo aggirarsi nelle scene con passo lieve, le mani dietro la schiena e l’aria meditativa di chi la sa lunga. In effetti Ten una cosa la sa sempre: un proverbio adatto a ogni situazione.
La caratteristica distintiva di Ten è snocciolare massime in rima cominciando invariabilmente con le parole: “Dice il saggio:”.
Che la situazione sia drammatica o buffa, Ten ha pronto un aforisma spesso stralunato e surreale, che fa scoppiare a ridere Nick e Patsy (e il pubblico a casa).
Qualche esempio delle perle di Ten?
“Dice il saggio: tutto è bene quel che finisce bene” era la chiusura più ovvia, ma altre volte se ne usciva con trovate come “Dice il saggio: c’è qualcuno imprigionato che sta urlando a perdifiato” oppure “Dice il saggio: questo tipo è un asociale… non si lascia catturale!”.
Per di più, complice la caratterizzazione caricaturale tipica dell’epoca, Ten parla con la erre moscia trasformata in elle – “alla cinese”, direbbero gli stereotipi occidentali – risultando ancora più buffo.
Va detto: oggi un personaggio come Ten farebbe probabilmente storcere il naso a più di un sociologo per via dei tratti caricaturali (pelle gialla canarino nei cartoni a colori, incisivi sporgenti, accento macchiettistico). Ma nel contesto dei ’70s italiani, Ten era un omaggio bonario ai maestri orientali, sulla scia di personaggi come Charlie Chan o il maestro Miyagi (ancor prima che quest’ultimo esistesse!).
Oltre ai proverbi, Ten porta in dote anche abilità pratiche: ad esempio le buone,vecchie e care arti marziali, imparate in qualche monastero zen sperduto.
All’occorrenza, questo omino mite sa trasformarsi in una vera furia e mettere KO i nemici con mosse da karateka provetto.
È sempre lui a riportare la calma tra Nick e Patsy quando litigano, dispensando thè al gelsomino e parole concilianti.
Insomma, è il cervello zen del gruppo. E non è forse un colpo di genio affiancare a un detective pasticcione un guru che spiega la morale con haiku nonsense?
Stanislao Moulinsky: il villain dai mille volti

In ogni serie gialla che si rispetti c’è un grande antagonista, e per Nick Carter si tratta nientemeno che di Stanislao Moulinsky. Già il nome è tutto un programma: sa di esotico e bizzarro, perfetto per un cattivo per antonomasia.
Moulinsky è il nemico giurato di Nick, l’avversario prediletto che torna in gran parte degli episodi – l’ennesima strizzata d’occhio alle convenzioni del genere (Holmes ha Moriarty, Carter ha Moulinsky). La sua particolarità? È un abilissimo trasformista, capace di mascherarsi da qualunque cosa, animata o inanimata, pur di compiere i suoi crimini.
Durante la serie lo vediamo assumere le sembianze più improbabili: dalla cassaforte di una banca al dirigibile Goodyear, dal purosangue alato alla fanciulla indifesa – non c’è limite alla fantasia di Stanislao quando si tratta di travestimenti.
Fisicamente, sotto i costumi, Stanislao Moulinsky appare come un omaccione dall’aria trasandata: canottiera bianca sporca, barba di tre giorni, corporatura robusta, insomma l’aspetto tipico del “cattivo” da fumetto. Non lasciatevi ingannare: quel corpaccione non gli impedisce di calarsi nei ruoli più disparati.
L’abilità camaleontica di Moulinsky dà vita a scene esilaranti. Memorabile, ad esempio, quando riesce a svaligiare una cassaforte impersonando la cassaforte stessa, sotto il naso dei poliziotti allibiti. O quando, per introdursi nelle case alla vigilia di Natale, si traveste da Babbo Natale e distribuisce regali… esplosivi!
In un episodio lo troviamo persino in un museo egizio, dove naturalmente interpreta la parte di una mummia millenaria che prende vita.
Stanislao è un maestro dell’inganno, un Arsenio Lupin ipervitaminizzato e un po’ cartoonesco, sempre un passo avanti ai nostri eroi – almeno fino al climax finale.
Già, perché puntualmente Nick Carter riesce a smascherarlo. Come da tradizione del genere, sul finale di episodio il detective inchioda il colpevole con la classica formula: “Non sei davvero il dottor Tal dei Tali, bensì Stanislao Moulinsky, in uno dei tuoi riuscitissimi travestimenti!”.
A quel punto Moulinsky, colto in fallo, si strappa di dosso l’ennesimo costume e pronuncia la sua frase celebre, scuotendo il pugno verso il cielo: “Ebbene sì, maledetto Carter… hai vinto anche stavolta!”.
Questo “Maledetto Carter!” gridato con rabbia farsesca è diventato un vero tormentone, simbolo di tutti i cattivi sconfitti e frustrati dall’ingegno (o dalla fortuna) dell’eroe.
Ancora oggi, a distanza di decenni, molti ricordano quella esclamazione con un sorriso nostalgico sulle labbra.
Moulinsky incarna il classico antagonista da fumetto umoristico: minaccioso quel tanto che basta a far partire la trama, ma in fondo destinato alla sconfitta e allo sberleffo.
Interessante il fatto che in alcuni episodi animati gli autori introdussero anche un allievo di Stanislao, il goffo Bartolomeo Pestalozzi di Pinerolo, quasi una versione junior del maestro del travestimento.
Si narra che Bartolomeo nacque come burla interna tra De Maria e Bonvi – il primo lo inserì di nascosto in un cartone per vedere se il secondo, creatore ufficiale, se ne accorgeva!
Questa meta-storia è il degno coronamento dello spirito giocoso di Nick Carter: gli autori stessi si divertivano a giocare con i propri personaggi, confondendo realtà e finzione in un gioco di specchi.
Con Stanislao Moulinsky abbiamo completato la carrellata dei personaggi principali di Nick Carter. Ma l’universo di SuperGulp! andava ben oltre: chi altri popolava quella trasmissione leggendaria? E che fine hanno fatto quelle frasi celebri che ci facevano ridere davanti alla TV in bianco e nero? Addentriamoci allora in alcune domande frequenti, per soddisfare tutte le curiosità.
Dove vedere SuperGulp! oggi?
Una domanda che sorge spontanea nei nostalgici è: dove si possono rivedere oggi le puntate di SuperGulp! Fumetti in TV? Purtroppo, essendo un programma degli anni ’70, SuperGulp! non è facilmente reperibile sulle piattaforme di streaming tradizionali.
La trasmissione non viene più replicata in TV da molto tempo e la RAI (che ne detiene gli archivi) non ha ancora reso disponibile l’intera serie su RaiPlay al momento.
Tuttavia, gli appassionati hanno alcune vie per rivivere quelle emozioni:
- DVD e collezioni: esiste un cofanetto DVD con la raccolta completa di SuperGulp! in 16 dischi, uscito per collezionisti, che comprende tutti gli episodi del programma (bloodbuster.com). È un pezzo da intenditori (spesso venduto a caro prezzo nei mercatini online), ma rappresenta ad oggi il modo più completo per rivedere SuperGulp! integralmente, con tutti i segmenti dei vari fumetti animati.
- YouTube e internet: fortunatamente, alcune chicche sono reperibili online. Su YouTube si trovano spezzoni e singoli episodi caricati da appassionati: ad esempio, puntate di Nick Carter, episodi di Alan Ford e il Gruppo TNT, avventure di Corto Maltese, Tex Willer e altri segmenti mandati in onda all’epoca. Ci sono anche compilation create dai fan con i “meglio di” SuperGulp, incluse le sigle iniziali e finali che da sole valgono un tuffo nel passato.
In sintesi, vedere SuperGulp! oggi richiede un po’ di caccia al tesoro: o si investe nel cofanetto da collezione o si spulcia il web dove la comunità di appassionati mantiene vivo il ricordo.
Certo, manca la magia di sintonizzarsi alle 21:00 su RAI2 come nel 1978 per sentirsi dire “Ebbene sì, maledetto Carter!” in diretta. Ma con un po’ di impegno, è possibile far conoscere anche alle nuove generazioni quel pezzo di storia della TV italiana.
Del resto, come direbbe Ten: “Dice il saggio: chi cerca, trova, e con Supergulp la gioia si rinnova”.
Chi diceva “E l’ultimo chiuda la porta!”?
Un’altra frase iconica associata a SuperGulp! (e non solo) è “…e l’ultimo chiuda la porta!”. Questo detto spiritoso veniva usato come gag di chiusura, ma chi lo diceva originariamente? La risposta ci porta fuori dalle avventure di Nick Carter e dentro il mondo di Alan Ford.
Nel fumetto Alan Ford di Max Bunker (altro pilastro della programmazione di SuperGulp), i membri del Gruppo T.N.T. – la scalcinata squadra di agenti segreti di cui Alan fa parte – erano soliti concludere le loro riunioni con la frase: “…e l’ultimo chiuda la porta!”.
Immaginate la scena: fine di un meeting delirante nella base del Gruppo TNT, missione fallita o piani strampalati, i personaggi se ne vanno sconsolati e qualcuno borbotta, con tono rassegnato, “E l’ultimo chiuda la porta.” Sipario.
Una chiusura comica, quasi teatrale, che simboleggiava la resa alla realtà dopo tanti voli pindarici. Era un modo per dire: “abbiamo finito qui, spegnete le luci e non pensiamoci più.”
Questa frase, nata sulle pagine di Alan Ford intorno ai primi anni ’70, entrò nel linguaggio comune degli italiani grazie a SuperGulp.
Nel programma, infatti, venne pronunciata in alcuni sketch proprio dal Gruppo TNT animato e divenne subito riconoscibile.
Tanto che – come abbiamo visto – gli stessi autori di Nick Carter non resistettero a utilizzarla come battuta finale nei loro episodi (facendola dire a Patsy mentre sbatteva la porta), in una sorta di crossover umoristico.
Possiamo quindi dire che “È l’ultimo chiuda la porta!” la dicevano sia i membri del Gruppo TNT in Alan Ford (versione originale), sia Patsy in Nick Carter (omaggio/parodia all’interno di SuperGulp).
In ogni caso, oggi questa espressione è entrata nel repertorio delle frasi fatte scherzose: la si usa quando si vuole chiudere un discorso o congedarsi da un gruppo in maniera brillante.
Se in ufficio, a fine riunione, il vostro capo esclama sorridendo “L’ultimo chiuda la porta!”, beh – sappiate che sta riecheggiando una battuta di Alan Ford degli anni ’70, passata dai fumetti alla TV e da lì alla cultura pop italiana.
Un po’ come dire: “Okay gente, lo show è finito, potete andare – spegnete la TV uscendo!”. Geniale, no?
E chi diceva “Maledetto Carter!”?
Questa esclamazione cult – “Maledetto Carter!” – riecheggia ancora nelle orecchie di chi guardava SuperGulp! da ragazzino.
Ma chi la pronunciava esattamente? La risposta è: i “cattivi” dei cartoni di Nick Carter, in particolare il suo arcinemico Stanislao Moulinsky.
In quasi ogni episodio, quando Nick smascherava il colpevole (spesso Moulinsky travestito), il malvivente di turno reagiva inveendo contro di lui con un esasperato “Maledetto Carter!”.
Era il grido di frustrazione del villain sconfitto, costretto ad ammettere, seppur a denti stretti, la bravura (o la fortuna) dell’eroe.
Possiamo immaginare Stanislao Moulinsky – ormai con la maschera strappata e i polsi ammanettati – mentre esclama la fatidica frase con occhi spiritati e voce tonante, prima di essere portato via.
La battuta, ripetuta puntata dopo puntata, è diventata un tormentone amatissimo. Ancora oggi, se in una conversazione qualcuno esclama “Maledetto Carter!”, i presenti di una certa età sorrideranno ricordando quelle scenette.
In un certo senso, è diventata un modo scherzoso per esprimere ironica disdetta verso qualcuno che ha avuto la meglio.
Da notare che “Maledetto Carter!” nell’immaginario italiano ha trasceso il suo contesto originale: lo si cita anche senza sapere esattamente da dove provenga, un po’ come “allegria!” di Mike Bongiorno o altri motti della TV vintage. E pensare che tutto nasceva da un fumetto animato!
Merito di Bonvi e De Maria, che hanno saputo coniare espressioni efficaci, semplici e musicali, rimaste incollate alla memoria collettiva.
Tormentoni di cinema, televisione e pubblicità
La televisione e il cinema italiani abbondano di espressioni, battute cult e slogan pubblicitari che, grazie alla costante ripetizione, entrano nel linguaggio comune come veri e propri tormentoni.
Un tormentone, per definizione, è «un’espressione, una locuzione, una frase fatta o un motivo musicale che acquista rapida diffusione e popolarità attraverso la sua costante ripetizione». Queste battute martellanti si imprimono nella memoria collettiva: spesso sono associate a personaggi comici o programmi di successo e vengono richiamate con nostalgia anche a distanza di anni.
Ad esempio, alcuni tra i varietà e film più seguiti degli anni ’70 e ’80 hanno lanciato tormentoni indimenticabili: Mike Bongiorno salutava sempre i telespettatori con il grido “Allegria!”, mentre Sandra Mondaini e Raimondo Vianello in Casa Vianello esprimevano con tono esasperato “Che barba, che noia!”.
Lino Banfi ha reso celebre la frase “Vieni avanti, cretino!” (titolo del suo film omonimo del 1982) e il ragionier Ugo Fantozzi di Paolo Villaggio deliziava i fan ripetendo “Come è umano lei!” ad ogni umiliazione.
Anche la pubblicità televisiva ha regalato ai telespettatori slogan diventati tormentoni generazionali.
Spot come quello della passata Pomì del 1984 col celebre “O così o Pomì!” hanno lasciato un’impronta indelebile.
Altri esempi famosi sono tratti dalle campagne Lavazza con Nino Manfredi: in quegli spot il barista coniò la frase “Il caffè è un piacere: se non è buono, che piacere è?”, ormai entrata nel parlato comune (lavazzagroup.com).
Similmente, negli anni ’60-’70 la Piaggio inventò lo slogan “Chi Vespa mangia le mele” per promuovere le sue scooter, frase che ancora oggi evoca con nostalgia quell’epoca(sip-scootershop.com).
Questi esempi dimostrano come frasi semplici e ripetute a puntino possano trasformarsi in tormentoni capaci di resistere al tempo, spopolando su piccole e grandi scene televisive e finendo per far parte del bagaglio culturale collettivo.
Cinema, TV e varietà
- “Allegria!” – Mike Bongiorno, Superflash / Telemike
- “Maledetto Carter!” – da Drive In, tormentone di Gianfranco D’Angelo
- “Che barba, che noia!” – Sandra Mondaini in Casa Vianello
- “Come è umano lei!” – Villaggio nei panni del rag. Fantozzi
- “Vieni avanti, cretino!” – Lino Banfi (film omonimo, 1982)
- “Bello bello in modo assurdo” – da Zoolander (2001); la parlata ironica ricalca il tipico tono di Lino Banfi (es.: Cornetti alla crema)
- “Chi ha fatto palo?” – Diego Abatantuono in Eccezzziunale… veramente
- “E adesso… pubblicità!” – Guido Angeli (sigla dello storico Carosello)
Pubblicità che hanno fatto scuola
- “Antò, fa caldo!” – slogan pubblicitario (*anni ’90), divenuto cliché ironico; ricordato assieme a battute anni ’80
- “O così, o Pomì!” – spot Pomì (Passata di pomodoro, 1984)
- “A me mi piace!” – spot Lavazza con Nino Manfredi (anni ’80)
- “Chi Vespa mangia le mele!” – campagna Piaggio Vespa (1970)
- “Il caffè è un piacere, se non è buono che piacere è?” – spot Lavazza con Nino Manfredi, frase entrata nel linguaggio comune
- “Se lo provi… non cambi più” – pubblicità Shampoo Vidal
- “Ti piace vincere facile?” – slogan Sisal (gratta-e-vinci, fine anni ’90); formula ripresa dal gergo ludico anni ’80
- “Amico è, qualcosa che più ce n’è…” – incipit della sigla di Fantastico 3 (1982, Heather Parisi/Enzo Paolo T., Pippo Baudo)
- “Ma dove vai se il videoregistratore non ce l’hai?” – motto popolare derivato dall’arrivo dell’home video; diffuso come parodia di costume degli anni ’80
Nick Carter alle prese con il One Piece: Oda apprezzerebbe?

Facciamo ora un gioco di fantasia: cosa accadrebbe se Nick Carter e la sua banda incontrassero i pirati di One Piece? E soprattutto, Eiichirō Oda, il mangaka giapponese creatore di One Piece, apprezzerebbe i personaggi di Nick Carter?
Proviamo a immaginarlo, mescolando due mondi lontanissimi – quello dei fumetti italiani anni ’70 e quello degli anime/manga giapponesi contemporanei – per vedere che scintille potrebbero scoccare.
Eiichirō Oda, in quanto autore giapponese di uno dei manga più ricchi di umorismo, avventura e citazioni pop, probabilmente troverebbe molto intrigante Nick Carter. One Piece è celebre per mescolare toni epici e gag comiche, personaggi drammatici e macchiette surreali – qualcosa di non troppo distante dallo spirito di SuperGulp.
Immaginiamo Oda sfogliare i fumetti di Nick Carter: probabilmente riderebbe di gusto dei travestimenti assurdi di Moulinsky (dopotutto, One Piece abbonda di personaggi trasformisti e ingannatori, basti pensare a Mr. 2 Bon Clay con i suoi travestimenti da okama ballerino).
Chissà, Stanislao Moulinsky potrebbe ispirargli un nuovo bizzarro frutto del diavolo, magari il Travia-Travia che permette di assumere l’aspetto di qualsiasi oggetto!
E Ten con i suoi proverbi? Oda adora inserire stramberie e saggi eccentrici (vedi il maestro Kureha o Hyogoro), per cui il piccolo giapponese in bombetta potrebbe fargli venire in mente un nuovo guru del Wa no Kuni.
Senza contare Patsy: un gigante buono ingenuo non è poi così diverso da alcuni membri della ciurma di Cappello di Paglia – pensiamo a Jinbe il timoniere saggio e imponente, o allo stesso Chopper in forma mostruosa, potente ma dal cuore tenero.
Oda probabilmente apprezzerebbe l’anarchia controllata delle storie di Nick Carter, dove tutto può succedere e nulla è davvero permanente (un po’ come nelle avventure di Rufy, in cui l’importante è divertirsi e viaggiare). I
Nick Carter e soci incarnano quell’equilibrio tra parodia e avventura che è caro a tanti autori giapponesi.
Non a caso, One Piece stesso omaggia spesso la cultura occidentale pop (pirati, supereroi, 007, spaghetti western…).
Tempi moderni
I tempi cambiano, ma gli eroi – si sa – non passano mai di moda. Si adattano. Viene da chiedersi: come se la caverebbero Nick Carter, Patsy e Ten alle prese con le sfide attuali?
Proviamo a immaginarli proiettati nel nostro presente, ad affrontare questioni che ai loro tempi non esistevano neppure.
Il risultato potrebbe essere un mix di satira e tenerezza, degno del migliore Bonvi.

Cometa 3I/Atlas
Questa cometa interstellare, avvistata di recente, ha mandato in fibrillazione gli astronomi e acceso fantasie sugli ospiti del cosmo.
Nick Carter sicuramente ci vedrebbe subito un caso su cui indagare. Lo immaginiamo intento a interrogare scienziati e ufologi, convinto che dietro la cometa ci sia lo zampino di Stanislao Moulinsky travestito da meteorite!
Ten lo asseconderebbe citando un proverbio zen sulle stelle cadenti (“Dice il saggio: se la cometa non torna, ha incontrato una bionda!”), mentre Patsy fisserebbe il cielo col binocolo al contrario.
Alla fine, magari, Nick scoprirebbe davvero qualcosa – tipo che la cometa Atlas è innocua, ma il vero pericolo erano i satelliti spia di Moulinsky.
Un caso risolto a metà tra fantascienza e farsa, che farebbe sorridere anche di fronte alle paure cosmiche moderne.
La chiusura di MTV

Per chi è cresciuto negli anni ’80-’90, l’idea che MTV – l’emittente musicale dei videoclip ribelli – abbia chiuso i battenti (o comunque cambiato pelle al punto da non esistere più come la conoscevamo) è quasi fantascienza.
Come reagirebbero i nostri amici? Nick Carter probabilmente indagherebbe come se fosse un noir metropolitano: “Chi ha ucciso MTV? I video hanno ucciso le Radio Star, ma chi ha ucciso i videoclip?” – immagineremmo Carter girare negli studi televisivi deserti con impermeabile e fedora, in stile Chinatown.
Patsy però sarebbe devastato per un altro motivo: niente più cartoni animati su MTV a tarda notte! (Negli anni 2000, MTV trasmetteva anime e cartoon alternativi).
Lo vedremmo piangere come un bambino gigantesco perché non può più vedere Excel Saga o Beavis and Butt-head.
Ten lo consolerebbe con: “Dice il saggio: quando la musica finisce, qualche amico si intristisce”.
Forse concluderebbero che oggi YouTube e lo streaming hanno preso il posto di MTV – il che per Nick sarebbe un nuovo mistero insondabile (“U-tubo? Che c’entrano i tubi?!”).
I nostri eroi trasformerebbero perfino la chiusura di un canale TV in una vignetta agrodolce sul tempo che passa. Magari concludendo l’indagine fittizia con la scoperta che era stato Stanislao – chi altri? – ad aver rubato tutti i videoclip per venderli di contrabbando in rete, costringendo MTV alla chiusura. “Ebbene sì, maledetto Carter!” anche stavolta.
L’invasione delle cimici asiatiche

Una problematica molto sentita di questi anni, soprattutto in Italia del nord, è l’arrivo della cimice asiatica (Halyomorpha halys), insetto invasivo che devasta i raccolti e svolazza ovunque nelle case.
Come ne verrebbe fuori una storia di Nick Carter? Ce lo immaginiamo subito: Nick viene chiamato dalla polizia agricola per indagare su uno strano esercito che devasta i campi di mais.
Carter all’inizio pensa a uno scherzo (“Insetti? Vi serve un disinfestatore, non un detective!”), ma poi sul luogo del misfatto trova indizi intriganti – ad esempio, minuscoli paracadute tra le foglie, come se le cimici fossero paracadutate da qualcuno…
Naturalmente dietro c’è Moulinsky: chi altri orchestrerebbe un’invasione di cimici robot per sabotare l’agricoltura e far soldi con i pesticidi?
In men che non si dica Nick, Patsy e Ten sono in missione nei campi.
Patsy, armato di retino gigante, cerca di acchiappare gli insetti ma finisce per rotolare in un pagliaio. T
en prepara un infuso repellente seguendo un’antica ricetta orientale (“Dice il saggio: olio, aceto e aglio, della cimici solo un abbaglio”).
Nick Carter, con lente d’ingrandimento e papillon, scova un trasmettitore radio su una cimice: la prova del complotto!
Alla fine scovano Moulinsky nascosto in un capannone, travestito da enorme cimice regina che impartisce ordini alle altre.
La battaglia finale vede Patsy lanciare zucche come palle di cannone e Ten sfoderare mosse di kung-fu contro gli insetti.
Moulinsky viene sconfitto (schiacciato – splash! – da Patsy che ci si siede sopra per sbaglio) e pronuncia un soffocato “Maledetto Carter!” tossendo acido formico.
Risultato: campi salvati mentre Nick scrive un rapporto intitolato “Il mistero degli insetti invasori” che però non verrà mai creduto da nessuno.
Nick Carter e soci sono figli di un’altra epoca, è vero, ma come tutte le figure ben caratterizzate possono essere trasportati con l’immaginazione nel presente per offrirci uno specchio ironico dei nostri tempi.
I tempi sono cambiati, ma i nostri eroi saprebbero ancora cavarsela, a modo loro, combinando guai e risolvendo problemi con quella leggerezza scanzonata che li contraddistingue da sempre.
Il mondo attorno a loro è cambiato parecchio. Oggi i detective usano internet anziché la lente d’ingrandimento, i cattivi si nascondono dietro schermi e pseudonimi più che dietro travestimenti.
Eppure, Nick Carter affronterebbe i misteri digitali con la stessa faccia tosta con cui inseguiva Moulinsky nei vicoli di New York.
Forse Patsy imparerebbe a usare uno smartphone (magari rompendone qualcuno nel frattempo) e Ten aggiornerebbe i suoi proverbi ( “Dice il saggio: quella email non aprire se di spam non vuoi soffrire”).
Ma alla fine della fiera, la loro formula vincente rimarrebbe immutata: avventure, humour e un pizzico di follia creativa.
I tempi cambiano di brutto. Le porte oggi si chiudono automaticamente grazie a infallibili fotocellule… ma abbiamo ancora bisogno di qualcuno che ci dica con un sorriso “E l’ultimo chiuda la porta!” quando è ora di finire in bellezza.
Nick Carter e i suoi amici ce lo hanno insegnato.
Finché ricorderemo le loro battute, un pezzetto di quell’ardita magia anni ’70 continuerà a vivere con noi e le nostre inedite disavventure moderne.
Come direbbe Ten: “Dice il saggio: le mode possono passare, ma ai miti tocca restare.” Nick Carter, malgrado il tempo, continua a presidiare uno status di mito assoluto – investigatore, pasticcione, gentiluomo d’altri tempi, sempre pronto a tornare a farci sorridere…
Maledetto Carter, speriamo di rivederti presto!
