Un romagnolo in esilio volontario reinventa il dialetto come lingua rock. E lo fa con una Ford Fiesta, un bombolone alla crema e il telescopio James Webb puntato verso l’Adriatico.
Ci sono canzoni che sembrano venire da un posto preciso. Non da un genere, non da un’epoca, ma da un luogo,con coordinate geografiche, odore di salsedine e una Ford Fiesta che sbuffa in lontananza.
La Mia Riviera di Alfio Romeo è esattamente questo tipo di canzone. Il fatto che sia cantata interamente in dialetto romagnolo (una lingua che la latinizzazione sta lentamente erodendo come l’acqua fa con i fondali) non è un vezzo folkloristico. È un atto di resistenza culturale travestito da jangle pop.
Prima di andare avanti, una cosa va detta chiaramente: Alfio Romeo non è il suo vero nome. È un nome d’arte costruito con la precisione artigianale di chi sa che le parole contano.
C’è dentro una Giulietta radiocomandata dell’infanzia, il Bagno Romeo, quella sensazione tutta romagnola di sentirsi al centro dell’universo conosciuto mentre si è seduti su uno scoglio a guardare l’orizzonte adriatico. Very romagnolo, come direbbe lui stesso.
«Gli Smiths incontrano Raul Casadei» — sei parole che descrivono un universo sonoro che non esisteva prima di questo singolo e che ora non si può più scacciare dalla testa.
Il progetto è pubblicato da Kingem Records, etichetta che ha avuto il buon senso (e il coraggio) di credere che ci fosse un pubblico per questo tipo di operazione. E di operazione si tratta, nel senso più nobile del termine: un chirurgo del suono che apre la Romagna come un’arancia e ne mostra le strati interni.

La copertina del singolo è già un manifesto: cartolina vintage anni Sessanta, un grattacielo da Riviera sullo sfondo, un uomo con cappello di paglia e occhiali da sole che sorride come chi ha capito qualcosa che gli altri ancora non sanno.
L’ha realizzata uno di quei fotografi che giravano tra gli ombrelloni con la macchina al collo, chiedendoti di passare dal negozio a ritirare la foto sviluppata. Un mestiere che Instagram ha sostituito con qualcosa di infinitamente meno poetico.
Il testo è una macchina del tempo, ma non del tipo nostalgico e ammuffito. È più simile al Telescopio Spaziale James Webb: punta verso qualcosa di distante milioni di anni luce e quello che vedi è la luce di un passato che sta ancora viaggiando verso di te.
Goldrake con i trasferelli stampati sulla pelle sotto il sole di mezzogiorno. Le cicche dure (gomme da masticare, chewingum) quasi immasticabili.
Le piste di marmo con le biglie di plastica che finivano irrimediabilmente oltre la passerella del bagno della spiaggia. Spiderman! Attenzione, ancora “Spiderman” e non “Uomo Ragno”, in un momento storico in cui le parole americane non erano ancora state addomesticate, quando il suono puro precedeva il significato codificato, quasi uno scat jazzistico.
E poi il Walkman con Battiato, e quel dubbio irrisolto sull’Hotel Seagull Magic, un mistero che rimarrà tale perché Franco Battiato continua, ostinatamente, a essere morto.
tót quel blé ch’u s’vèd fin a l’orizònt / e la spiaggia quasi vöida / cun e’ rumór dla mèr
zavàti in man / l’odor di bombolón / che l’vègn da e’ bar
e’ vent in faza / e un’òca dré a la mèr
Ma il vero colpo di genio è il bridge. A un certo punto la canzone si sposta fisicamente in Svezia, in un rave in un palazzo occupato, per una festa in onore delle minoranze etniche. Lì, in mezzo al freddo nordico, un DJ svedese mette su “Riviera” di Umberto Bindi.
Per un minuto, il mondo intero diventa la Riviera Adriatica. Non è fiction: è cronaca autobiografica di un romagnolo che si sente a sua volta minoranza, in terra straniera. Il tipo di momento che Taylor Swift costruisce a tavolino per tre stadi al giorno, e che ad Alfio Romeo è capitato per caso in un palazzo occupato di Stoccolma.
La differenza è che lui ci ha scritto sopra una canzone in dialetto, e questa è già una forma di superiorità morale.
Musicalmente, il singolo abita un territorio che non aveva ancora un nome: c’è il jangle arpeggiato degli Smiths, c’è il ritmo dell’orchestra di liscio romagnolo, c’è (e qui bisogna fidarsi) un sottofondo di lambada. Non la lambada da karaoke. La lambada come strato geologico profondo, come sedimento ritmico di chi è cresciuto in un posto dove d’estate arriva tutto il mondo e qualcosa rimane sempre.
Come i Panda Giganti dello Smithsonian che mangiano bambù mentre i turisti scattano foto: esistono in un loro spazio-tempo parallelo, impermeabili al caos circostante, magnificamente alieni eppure perfettamente a proprio agio.

Ecco: “La Mia Riviera” ha questa stessa qualità. È allo stesso tempo esotica e domesticissima.
La Romagna di Alfio Romeo non è la Romagna mia da cartolina. È una globalizzazione di provincia. Parole sue, che descrivono meglio di qualsiasi saggio accademico quello che è successo alla Riviera negli ultimi quarant’anni.
Più cosmopolita, più affollata, ma con quella cosa nell’aria, più da Riviera che da Romagna vera, che sopravvive come il grattacielo di Cesenatico. Che da bambino, facendo il tragitto dalla fermata della corriera al cimitero vicino ad Atlantica, lui e i suoi amici si chiedevano se avrebbe resistito a un attacco atomico.
La risposta era: sì. Non ci sono andati molto lontano.
Il progetto nasce come singolo, con la possibilità di un album intero che dipende (in un modo che ha qualcosa di brechtiano) dagli ascolti.
Il destino del romagnolo come lingua rock è nelle vostre mani. Come la PlayStation in quei pomeriggi d’estate quando la luce filtra tra i lettini e il mare chiama ma tu sei a 99 vite nel livello sbagliato: alla fine ti tocca scegliere scegliere. Scegli bene. Fai play. Il futuro della lingua romagnola è anche una tua responsabilità.
E se sei giovane e non hai mai sentito parlare il romagnolo… ancora meglio! Alfio Romeo non fa nostalgia per gli over 40. Fa archeologia sonora per chi vuole capire da dove viene il suono di un posto.
Come il Mandalorian che porta in giro Grogu attraverso la galassia cercando il suo popolo: a un certo punto bisogna sapere chi sei e da dove vieni. Anche se lo sai già, ti conviene sentirlo cantare in dialetto su una base jangle con lambada in sottotraccia. Semplicemente funziona meglio.





