Negli anni Ottanta San Valentino non era romantico: era una febbre collettiva. Cuori ovunque, sui diari, nelle radio, tra le scatole di cioccolatini e le cassette registrate male. L’amore ti cadeva addosso come un synth troppo alto nel mix, ti faceva sudare nelle cabine telefoniche e tremare davanti a un walkman. Nessun algoritmo, solo battiti veri, imbarazzo e zucchero industriale. Era una pandemia sentimentale e nessuno cercava la cura.
Lasciatemi dire una cosa: negli anni Ottanta l’amore aveva un peso specifico. Non perché fossimo migliori, ma perché tutto si poteva toccare, rompere, consumare. Le cassette registrate a mano, le scatole di Mon Chéri, i biglietti piegati male erano prove materiali di sentimenti confusi e ostinati.
L’amore aveva un attrito, si inceppava, a volte si poteva riavvolgere, graffiava ed era a sua volta soggetto a qualche scortico. Insomma. L’amore lasciava segni veri, difficili da cancellare.
Oggi clicchi un cuoricino su Instagram e tiri avanti. Negli anni Ottanta ci voleva coraggio, carta e una biro che non perdesse inchiostro.
Cartoni, telefilm e sitcom: amore made in ’80s
C’è una cosa che nessun critico televisivo ha mai voluto ammettere: i cartoni animati giapponesi degli anni Ottanta erano il romanzo d’appendice del nostro tempo.
Erano Victor Hugo con le corna di Oni, erano Stendhal armato di mecha, erano Flaubert con la sigla cantata da una bambina con i capelli color pastello. Noi eravamo lì a divorarli, ogni pomeriggio, con quella fame tipica di chi non sa ancora cosa stia cercando ma sa benissimo di cercarlo disperatamente.
Lamù e Ataru: l’amore come equivoco cosmico
Parliamo subito dell’elefante nella stanza. Anzi, dell’aliena in bikini Tigrati. Lamù di Rumiko Takahashi era tecnicamente un cartone comico. In pratica era la più feroce analisi delle dinamiche di coppia mai trasmessa sulle reti private.
Ataru Moroboshi è l’uomo più sfigato dell’universo: donnaiolo cronico, bugiardo seriale, eppure — e qui sta il colpo di genio — amato in modo assoluto, totale, irrazionale da un’aliena bellissima che lo chiama “Tesoruccio!” e lo fulmina ogni volta che ci prova con un’altra.
Cosa c’è di più romantico? Vi dico io cosa: niente. Il loro è l’amore come lo conoscono tutti quelli che hanno amato davvero, cioè un amore che non ha nessun senso logico ma esiste con la stessa ostinazione di una canzone che non riesci a toglierti dalla testa.
Lamù amava Ataru perché sì. E questo “perché sì” era, ed è, l’unica risposta onesta che l’amore abbia mai dato.
Lady Oscar: amare è una questione di spada e lacrime
Lady Oscar era un’altra cosa ancora. Era l’amore come tragedia necessaria, come destino che non chiede il permesso.
Oscar François de Jarjayes comanda la Guardia Reale di Maria Antonietta, porta la spada meglio di qualunque uomo e ha un cuore che batte per André con la stessa violenza con cui la Storia sta per abbattere Versailles.
Ogni puntata era un esercizio di resistenza emotiva. Noi bambini piangevamo e non sapevamo perché e i nostri genitori si preoccupavano un po’.
Avevano ragione di preoccuparsi. Stavamo imparando che amare può fare malissimo, ma non per questo smetti.
Goldrake, Actarus e la malinconia dei principi senza pianeta
E poi c’era Goldrake. UFO Robot. Su questo cartoon si sono scritte tesi di laurea sul senso del sacrificio, sull’identità, sul trauma bellico. Tutto giusto. Ma quello che nessuno dice mai è che Actarus era fondamentalmente un vedovo cosmico. Aveva perso tutto: il pianeta, la famiglia, la guerra. E andava avanti lo stesso, dentro quel robot enorme, a proteggere una Terra che non era neanche casa sua.
C’è qualcosa di straziante e bellissimo in questo. È il gesto d’amore più silenzioso della storia dell’animazione giapponese.
L’amore vero non fa rumore. Spara Raggi Cosmici e Alabarda Spaziale, poi torna nel capannone e non dice niente a nessuno.
I Simpson e l’amore come sopravvivenza quotidiana
Arrivano a fine decennio — prima puntata USA, dicembre 1989 — e cambiano tutto. Homer e Marge Simpson sono la coppia più disfunzionale e più vera della storia della televisione.
Homer dimentica ogni anniversario, mangia le ciambelle al posto dei sentimenti, dorme sul divano con la faccia nella birra.
Marge sbuffa, sopporta, perdona…e lo ama. Senza spiegazioni. Con quella stanchezza dignitosa di chi ha scelto e non si pente.
È l’amore degli adulti, quello che nessuno vuole ma tutti finiscono per avere. Ed è, a modo suo, il più grande atto d’amore del cartone: mostrare le cose come stanno.
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Musica anni ’80: videoclip leggendari e sigle dell’innamoramento
Negli anni Ottanta la musica non si ascoltava. Si guardava. MTV arrivò nel 1981 e cambiò le regole del gioco in modo irreversibile: d’improvviso ogni canzone aveva una faccia, una storia, un’estetica.
Alcune di quelle storie erano, senza mezzi termini, capolavori di sentimento di tre minuti e mezzo.
Take On Me: quando il fumetto diventa storia d’amore
Parliamo del più grande videoclip mai girato. Punto. “Take On Me” degli A-ha — 1985, regia di Steve Barron — è la prova che con un’idea straordinaria e abbastanza pazienza si può fare qualcosa che dura per sempre.
La tecnica è il rotoscoping: disegni a matita animati a mano, sovrapposti alle riprese reali. Una ragazza entra in un fumetto per amore. Un ragazzo di carta cerca di uscire nel mondo reale per lei. Il tutto dura quattro minuti e vale una vita.
Quel video è la quintessenza del desiderio di un adolescente medio trasformato in arte. I Greci avevano Eros e le sue ali da pollo, noi abbiamo avuto un norvegese disegnato a matita, ma si difendeva uguale.
Take On Me è il San Valentino che non hai mai ricevuto ma che speravi esistesse. È l’amore come avventura dentro un’altra dimensione. Non è forse questo che ci fa paura e ci attira allo stesso tempo?
Ti ricordi la prima volta che hai visto Take On Me in TV? Quella ragazza che entra nel fumetto? Era il 1985 e avevamo capito tutto dell’amore senza ancora saperlo.» — Raccontaci nei commenti com’era.
Every Breath You Take: lo stalker più romantico della storia della musica
Bisogna avere il coraggio di dirlo: “Every Breath You Take” dei Police — 1983, con Sting al comando — è una canzone che parla di ossessione. Non sull’amore. Sull’ossessione.
“Every breath you take, every move you make, I’ll be watching you.” Tradotto: ti controllo. Ti tengo d’occhio. Sei mia anche quando non lo sai.
Eppure per vent’anni milioni di persone l’hanno ballata ai matrimoni, l’hanno dedicata ai fidanzati, l’hanno messa nelle compilation del cuore.
Sting stesso l’ha ribadito più volte, scuotendo la testa: “Non so come sia possibile”.
Il più grande malinteso sentimentale della storia della musica pop. IGreci, che di malintesi sentimentali se ne intendevano, avrebbero almeno avuto la decenza di chiamarlo con il suo nome: gelosia.
Il video è in bianco e nero, sobrio, quasi austero. Sting fissa la telecamera con quegli occhi glaciali. E il mondo, invece di spaventarsi, si innamora!
Perché in fondo, in fondo, c’è qualcosa di terribilmente umano nell’essere guardati in quel modo. Qualcosa che fa battere il cuore anche quando non dovrebbe.
Total Eclipse of the Heart: il melodramma come forma d’arte suprema
E poi c’è lei. Bonnie Tyler, 1983, “Total Eclipse of the Heart”. Regia di Russell Mulcahy, lo stesso di alcuni dei videoclip più visionari del decennio. Durata: cinque minuti e trentatre secondi di puro, devastante, glorioso eccesso emotivo.
C’è un castello gotico. Ci sono ragazzi con gli occhi che brillano nel buio. C’è Bonnie Tyler con i capelli al vento che urla — urla davvero, non canta mica — “Turn around, every now and then I get a little bit lonely!!!”
Total Eclipse of the Heart è la prova definitiva che negli anni Ottanta si poteva esagerare in modo assoluto, totale, cosmico e avere comunque ragione.
Non c’è misura in quella canzone. Non c’è pudore. C’è solo il cuore che esplode a volume undici in una stanza buia. E il bello è che funziona ancora adesso, quarant’anni dopo, perché il dolore romantico non invecchia mai, cambia solo autoradio.
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Le confezioni di San Valentino anni ’80: i cuori di cioccolato che ammiccano dalle vertrine
E adesso dobbiamo parlare dei cioccolatini. Dobbiamo farlo seriamente, come si parla di cose importanti. Perché nelle scatole di cioccolatini degli anni Ottanta c’era — e lo dico senza ironia — una vera filosofia dell’amore.
Erano oggetti pensati per dare voce a parole difficili da scartare. Erano dolci intermediari emotivi. Erano, in qualche modo, il linguaggio di un’epoca che non aveva ancora inventato gli emoji ma aveva capito bene che il cioccolato dice sempre la cosa giusta. Letteralmente.
Baci Perugina: il bacio impacchettato
Il Bacio Perugina è un oggetto di design sentimentale prima ancora che un dolce. Pensateci: prendi due cioccolati, ci metti dentro una nocciola intera — il cuore che resiste, che non si scioglie — lo avvolgi in carta argentata, e poi, e questo è il colpo di genio assoluto, ci aggiungi un cartiglio con una frase d’amore.
Il jingle degli anni Ottanta ti entrava in testa per non uscire. Un mondo di baci. Non uno, non due: un mondo.
Gli anni Ottanta avevano questa magniloquenza del sentimento. Facevano sempre le cose in grande.
Ferrero Rocher: un cuore… d’oro!
Ferrero Rocher arriva nel 1982 e cambia il codice visivo del regalo romantico in Italia. Prima di Ferrero Rocher, un cioccolatino era un cioccolatino. Dopo, è diventato una questione di estetica, di lusso democratico, di condivisione di un sentimento.
La confezione dorata, le praline allineate come soldatini eleganti, il claim storico: “La specialità dal cuore sorprendente.”
Il cuore sorprendente. Guardate quella frase. Non dice “buona”, non dice “di qualità”. Dice che il cuore vi sorprende. È quasi filosofia zen applicata alla nocciola, l’idea che il cuore sia per definizione qualcosa che che non ti aspetti, pronta a pioverti addosso come uno schiaffo mentre tu stavi solo cercando il telecomando.
Mon Chéri: la ciliegia, la Francia, l’eros quotidiano
E poi c’è Mon Chéri. Il più misterioso dei tre. Il più adulto. Quella confezione rossa scuro con la scritta dorata e la ciliegia disegnata — una ciliegia, non un cuore, non un fiore: una ciliegia — aveva qualcosa di discretamente erotico che nessun altro cioccolatino si era mai permesso.
Dentro c’era un’amarena sotto spirito. Alcol!!!. Frutta matura. Tutto quello che nei fumetti per adulti simboleggia cose che ai bambini non si spiegano.
Mon Chéri era il cioccolatino più punk di tutti: perché non prometteva l’avventura, prometteva la casa. E in un decennio fatto di eccessi, promettere la casa era la cosa più rivoluzionaria che si potesse fare.
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Il San Valentino di oggi è il ‘virus’ dell’amore nato negli anni ’80
C’è una cosa che mi chiedo spesso, la sera, quando trovo una vecchia cassetta in un mercatino dell’usato: dove sono finiti quei battiti? Non i battiti cardiaci — quelli ci sono ancora, non preoccupatevi. I battiti quelli delle mozioni. Quella pulsazione specifica che senti quando consegni un regalo fatto a mano, quando vedi che l’altro sorride, quando capisci che hai fatto centro senza GPS e senza notifica di conferma di lettura.
Il San Valentino di oggi è efficiente. Si ordina online, arriva in meno di 24 ore, si traccia con un link. È comodo. Non fa male. Non lascia l’impronta delle dita sulla carta regalo.
L’amore degli Anni ’80 era una pandemia, contagiosa, indiscriminata, analogica. Non richiedeva una connessione a internet, richiedeva una faccia da cubo (di Rubik), un cartiglio di Baci e le parole giuste. Richiedeva di sedersi davanti al videoregistratore con qualcuno e scegliere insieme cosa guardare, sapendo che la scelta era iimplicitamente anche una meta-dichiarazione. Richiedeva, in definitiva, di esporsi. Di rischiare una figura colossale. Insomma, ci faceva battere il cuore.
E allora, il 14 febbraio, fate una cosa. Prendete una scatola di Baci — quelli veri, con i bigliettini dentro — e leggeteli ad alta voce a qualcuno. Senza ironia. Senza mettere le mani avanti. Con quella stessa serietà ingenua con cui Ataru Moroboshi urlava “Lamùùù” verso il cielo, sapendo di rischiare una scossa.
Perché è questo che ci hanno insegnato gli anni Ottanta: l’amore fa male, fa ridere, fa fare brutte figure ma può accendere anche mille luci. Rigorosamente al neon.




