Non è che io volessi parlare di futuro. Io volevo parlare di musica — come sempre — solo che a un certo punto la musica ha smesso di stare nei dischi e ha cominciato a uscire dai muri. Letteralmente.
La musica ha iniziato ad apparire di punto in bianco sui display dei benzinai alle tre di notte, nelle schermate di avvio dei PC mentre Windows decideva se odiarti o no, nei riflessi viola di parcheggi bagnati che sembravano la copertina di un album che nessuno ha mai pubblicato perché ormai gli album non servivano più: servivano ambienti.
E quando una cosa diventa ambiente, vuol dire che ha vinto. Vuol dire che non la ascolti più: ci vivi dentro.
È lì che ho capito che qualcosa non andava. Perché improvvisamente tutti sembravano abitare lo stesso futuro, ma nessuno ricordava chi lo avesse scritto.
Questo fantastico preambolo per portarci a una domanda che sento spesso ultimamente, da quando il cyberpunk è tornato ovunque, nei videogiochi, nelle serie televisive, nei personaggi che popolano le cut scene di titoli come Cyberpunk 2077 o nelle atmosfere di serie anime come Ghost in the Shell: Stand Alone Complex: che cos’è lo stile cyberpunk?
La risposta breve è: l’idea di un futuro distopico in cui la tecnologia ha vinto e gli esseri umani hanno perso. Fine. Un cielo blu sostituito da neon sbiaditi e pioggia acida, personaggi non giocanti che vivono ai margini del sistema, navigando città ipertecnologizzate controllate da corporazioni senza volto. La spettacolarità visiva come superficie che nasconde un vuoto esistenziale profondissimo.
La risposta lunga è una storia che inizia nel 1996, in un paesino della provincia di Parma che odora di prosciutto crudo e che finisce oggi, nel 2026, con tre versioni di una canzone disponibili su Spotify, Amazon Music e Apple Music.
Prosciuttolandia, 1996: il servizio civile e la tennista
Nel 1996 mi è toccato prestare servizio civile a Langhirano. Per chi non lo sa (e capisco che i ragazzi più giovani non ne abbiano memoria) il servizio civile era l’alternativa alla leva militare obbligatoria: invece di fare il soldato per dodici mesi, potevi scegliere di prestare servizio in enti pubblici, biblioteche, comuni, associazioni. Una scelta di coscienza, come ricordava il nome.
La mia scelta, però, era stata più subita che ponderata. Un giorno mi era arrivata la famigerata cartolina nella buchetta della posta. Leggevo un nome: Langhirano. Mi ero chiesto se un posto del genere esistesse davvero, se fosse una parodia e soprattutto dove diavolo si trovasse nello stivale italico. Cercai su una cartina (Google Maps negli anni ’90 te lo potevi scordare). Provincia di Parma. Terra di prosciutti e colline silenziose. Poteva andare peggio.
La base operativa l’avevo ribattezzata Il Renaticipio. Il nome era un tributo alla nostra responsabile. Nasceva dritto dritto da quella insana vena ironica che ti viene quando passi otto mesi a timbrare cartellini, rispondere al telefono, prestare intervento a disabili e malati terminali.
Io nel frattempo tenevo un diario. Nei miei racconti, al posto di Twin Peaks mi muovevo tra le lande desolate di una città chiamata Prosciuttolandia.
Direttamente dal “Diario di Obiezione di Coscienza”.
«Ieri è stata una data storica: ho composto IO VORREI, la mia prima canzone “seria” in Italiano. L’ho fatta sentire anche stamattina a Michele e alla Giovanna in Comune. L’abbiamo cantata con lo stereo a palla tutto il giorno. L’abbiamo cantata, tutti e tre, perfino a mia cugina per telefono. […] È una canzone che commuoverebbe chiunque, visto soprattutto gli splendidi finali a tre voci improvvisati da GRANDECONCERTOLIVE.» – dal diario personale, estate 1996
La musa ispiratrice aveva un nome preciso, e il diario non mente:
«La mia musa ispiratrice per il testo della mia canzone è stata una bellissima giocatrice di tennis russa, Anna Kournikova, che mi ha veramente preso il cuore. Quando me lo restituisci?» – dal diario personale, estate 1996
Anna Kournikova. La tennista russa che in quel periodo si poteva seguire esclusivamente sulle dirette di TMC1, l’unica emittente che trasmetteva quegli incontri di tennis in chiaro. O forse li scroccavo da qualche scheda piratata a Prosciuttolandola salvandoli su videocassetta. Non ricordo. Fatto sta che mentre la guardavo giocare, mi immaginavo per un qualche caso bizzarro potesse anche che uscisse dallo schermo, tipo Video Girl AI.
Il testo di Io Vorrei parla esattamente di questo: un desiderio impossibile, sospeso tra tubo catodico e realtà. Vero cyberpunk ante litteram!
Neon Genesis Evangelion e il cyberpunk che non sapevamo di vivere
In quel 1996 aspettavo l’uscita delle VHS di Neon Genesis Evangelion come se fossero oro.
Le compravo da Panda Comix, un simpatico negozietto di Cesena che per noi appassionati di serie anime era una specie di portale verso mondi alieni (trovate il loro profilo Instagram @pandacomix se volete farvi un’idea di che posto magico fosse, e ancora è).
Neon Genesis Evangelion, creato da Hideaki Anno e trasmesso in Giappone nel 1995–96, distribuito in Italia da Dynamic, è molto più di una serie anime di robot giganti.
È un’opera profondamente cyberpunk: i protagonisti pilotano gli Eva, macchine biomeccaniche che fungono nella meta narrazione da protesi dell’inconscio.
La Seele, il corpo di controllo che governa tutto dall’ombra, è la corporazione distopica per eccellenza. Tokyo-3 è una città fortezza, un vero labirinto di tecnologia. Ma ricordo con piacere anche le letture al Parco Ducale di Parma di Ghost In The Shell, Battle Angel Alita, e come non scordarsi le ripetute visoni di Akira, Serial Experiment Lain.
Il cyberpunk come stile nasce dalla letteratura americana degli anni Ottanta (William Gibson, Philip K. Dick) e racconta una visione precisa: alta tecnologia, bassa qualità della vita.
I protagonisti navigano mondi ipertecnologizzati in cui la spettacolarità delle macchine fa da contraltare alla miseria umana.
Le serie televisive, i videogiochi, le serie anime che oggi chiamiamo cyberpunk (da Blade Runner a Ghost in the Shell, fino a Cyberpunk 2077 con la sua estetica da creative director ossessionato dal neon) discendono tutti da quella visione.
Evangelion la porta alle estreme conseguenze psicologiche: la macchina sei tu, il nemico… pure! L’apocalisse, te la porti dentro. Attento a esplodere.
E io stavo lì, al Renaticipio di Langhirano, ad aspettare quelle VHS che tardavano mesi ad uscire, senza data certa, mentre fuori le colline sembravano far concorrenza a quelle di cartapesta dei presepi per staticità e la mia musa giocava a tennis da qualche parte in un torneo in televisione. Che piacere ogni tanto tirar fuori la chitarra e provare a scrivere qualche canzone. Erano i primi esperimenti. Sapevo far a malapena tre accordi e mezzo.
I Senso Unico: il gruppo, la ghost track, la segreteria telefonica
Intorno alla canzone di “Io Vorrei” si era formato un piccolo universo, con i suoi personaggi da fumetto.
Michele, che comunicava quasi esclusivamente con variazioni di «Mhmm?» ma aveva una voce potente e una sensibilità musicale rara.
Giovanna, la cugina di Michele, che era diventata nostra amica durante la stagione al Renaticipio.
Pisi, sfasatissimo batterista che sembrava sempre arrivare da un’altra dimensione temporale.
Geppo — Gepporuga per gli amici — geometra di Milano appassionato di Geki e Tartarughe Ninja e non, aveva trovato qualcuno che gli prestava basso.

E poi naturalmente c’ero io, Mark Zonda.

Avevamo fondato un gruppo chiamato Senso Unico.
Le influenze erano chiare: le b-sides degli Oasis, Beck che stava esplodendo con Odelay, il britpop che dominava tutto, Friends in televisione tutte le sere, le partite a Magic tra una fotocopiata e l’altra.
Era il 1996 nella sua versione più autentica, prima di internet, prima degli algoritmi, prima che qualcuno decidesse per te cosa ascoltare.
Poi il servizio civile è finito, ognuno è tornato a casa sua e ci siamo persi di vista come (purtroppo) spesso succede. Oh, all’inizio siamo stati anche bravi. Abbiamo continuato a trovarci per diverso tempo. Poi pian piano il tempo ha sciolto le trame e fatto il suo porco lavoro.
Ma prima di lasciarsi, un giorno io, Michele e Giovanna abbiamo cantato Io Vorrei per scherzo al telefono a mia cugina. Una di quelle cose stupide e meravigliose che si fanno senza pensarci troppo, avevo semplicemente portato la chitarra al Renaticipio, come atto di ribellione. Quello che non potevo sapere, è che mia cugina, dall’altra parte del filo, aveva registrato tutto alla segreteria telefonica. In silenzio. Senza dircelo!
Anni dopo se ne è saltata fuori con quella registrazione. Come una cut scene inaspettata da un videogioco che pensavi già finito!
L’ho inserita come ghost track di Feel The Blank, il mio primo album a nome Mark Zonda registrato totalmente in cameretta nel 1999. Proprio in quell’album è nata una versione del tutto sperimentale di Io Vorrei. Campionamenti, suoni distorti, un approccio ispirato a Cornelius.
Il Fattore Cornelius: Shibuya-kei e suoni distorti a Prosciuttolandia
Keigo Oyamada, in arte Cornelius, è un musicista giapponese che negli anni Novanta ha portato al massimo livello sperimentale uno stile chiamato Shibuya-kei: un collage febbricitante di pop, noise, citazioni cinematografiche, campionamenti improbabili, suoni distorti e melodie che sembrano venire da più direzioni contemporaneamente.
Il suo album Fantasma, uscito nel 1997, è una specie di videogioco sonoro. Ogni traccia è un livello diverso, ogni ascolto è un’esperienza in prima persona sempre leggermente diversa dalla precedente. Soprattutto in cuffia!
Avevo scoperto Cornelius grazie agli articoli sui settimanali di cultura e spettacolo di Repubblica, quei supplementi che negli anni Novanta erano una finestra su un mondo musicale che la radio italiana ignorava sistematicamente.
Qualche anno dopo, intorno al 1998, la prima internet aveva confermato e supportato con i primi mp3 (scaricati alla velocità di un bradipo azzoppato) quello che avevo letto su carta.
Era così che funzionava: prima il settimanale, poi la connessione a 56k, poi il cd preso a San Marino o tramite un corrispondente cartaceo del Sol Levante.
Un percorso lento, fatto di rituali. L’originalità era spontanea, perché nessuno intorno a te ascoltava le stesse cose.
La paranoia da Lunapop: quando hai paura che ti abbiano copiato una canzone che non hanno mai sentito

Quando Feel The Blank è uscito, un recensore ha scritto che il titolo Io Vorrei ricordava u po’ troppo una canzone dei Lunapop.
Io conoscevo i Lunapop. Sapevo chi erano, ovviamente, ma non avevo mai ascoltato il loro album per intero. Anzi! La prima volta che ne sentii parlare fu all’interno di un mondo fittizio creato dal sottoscritto e un’amica di lettera, parte di un romanzo che stavamo portando avanti rimpallandoci il proseguio attraverso la corrispondenza. Quando lei scrisse di un gruppo chiamato Lunapop per quale i protagonisti del romanzo erano impazziti, pensai si trattasse di un nome di finzione.
Inutile dire che la segnalazione di quel redattore mi aveva terrorizzato.
Pensaci: scrivi una canzone nel 1996 in un ufficio comunale di Langhirano, ispirato da una tennista russa e fantasie cyberpunk e anni dopo qualcuno ti dice che assomiglia a qualcosa di Cesare Cremonini!
Una persona sana avrebbe fatto la cosa logica: premere play e togliersi il dubbio in trenta secondi. Io invece ho inaugurato una nuova disciplina sportiva: la fuga preventiva dal ricordo.
Per diversi anni a seguire ho evitato quella canzone come si evita un ex compagno delle medie che sa troppe cose su di te.
Se adocchiavo l’album Squerez in un negozio di musica, fissavo con aria sospetta la playlist sul retro del CD e poi mi davo alla fuga, dopo averlo rigettato nello scatolone da cui lo avevo pescato.
Quello che tanti hanno scambiato per snobismo, era semplice autodifesa.
Poi però la realtà — che ha sempre il senso dell’umorismo di un agente di commercio — ha deciso di intervenire: quella volpe di Cesare Cremonini ha venduto la sua mirabolante canzone in odor di diabete a una qualche pubblicità televisiva e mi è toccato ascoltarla, prigioniero tra il telecomando e il divano.
Ed è stato un sollievo quasi commovente: non c’entrava proprio una piva.
Vent’anni di fuga inutili. Una paranoia costruita con cura maniacale attorno a un ricordo che la realtà ha liquidato in trenta secondi di spot per detersivi. O forse erano ciccolatini.
Trent’anni dopo: tre universi paralleli della stessa canzone
Sono passati trent’anni. Chissà cosa combina oggi Pisi e se è ancora così sfasato, come le foto che facevamo.
«Questa tartaruga vivrà cent’anni? Col cazzo che sopravviverà alla mia morte, la ammazzerò prima!»
Geppo il geometra chissà dove è finito. Michele e Giovanna esistono da qualche parte nella mia memoria come personaggi di un racconto che ho scritto senza saperlo, o di un libro che devo ancora scrivere. O forse ho già scritto a suo modo e va bene così.
Invece una qualche versione di Io Vorrei è disponibile adesso, nel 2026, in tre modalità multiversali su Spotify, Amazon Music e Apple Music.
Tre linee temporali della stessa canzone, come altrettanti universi paralleli di un persnaggio cyberpunk che non riesce a scegliere quale storia vivere:
🎵 Io Vorrei (30th Edition) — la versione originale, la più fedele allo spirito di Feel The Blank. La canzone come l’avevo immaginata al Renaticipio, ricantata e incisa in modo finalmente degno di lei.
🎛️ Io Vorrei (Mutated Edition) — ammicca a Beck: collage, distorsione, il senso che ogni elemento sonoro venga da un posto diverso e insieme formino qualcosa di coerente e stralunato. Il DNA Cornelius-style evoluto e un po’ addomesticato.
🎸 Io Vorrei (Rock Band Edition) — per i fan dei primi Oasis. Le b-sides che ascoltavo a Langhirano, l’energia chitarristica britannica che non ho mai smesso di amare. La versione che Pisi avrebbe suonato con quella sua batteria sempre leggermente in anticipo sul tempo. Ma così energica.
Il cyberpunk è una canzone d’amore scritta guardando uno schermo spento
Ci penso spesso, a quella definizione di cyberpunk: alta tecnologia, bassa qualità della vita. Penso che Io Vorrei, nata da una musa che esisteva solo sullo schermo, influenzata serie anime che raccontavano di uomini fusi con le macchine e di ragazze che uscivano per magia dalle VHS, abbia a suo modo un’anima cyberpunk senza saperlo.
Il desiderio impossibile che qualcuno esca dallo schermo. Il cielo blu di Langhirano che ricordo con un calore strano, misto a malinconia. La spettacolarità di una canzone composta in un ufficio durate il servizio civile e sopravvissuta trent’anni. I personaggi di quella storia — Pisi, Michele, Giovanna, Geppo (aggiungiamo Gianluca, Romano, Orladini, Amelia, Bardo, Andrini & Compagnia Bella), che col tempo non sono più diventati ere e proprie costanti, come Penny per Desmond in LOST. Continuano a orientarmi anche oggi, ogni volta che provo a capire dove finisce il passato e dove comincia quella specie di futuro che ci eravamo immaginati senza sapere di starlo già vivendo.

Prossima tappa, Doc?
📅 6 marzo 2026 — esce l’album Fantasy, Sci-Fi & Compagnia Cantante. Brani nuovi da esplorare cantati da Zondini.

