Drive In, il programma TV che ha cambiato l’Italia
– analisi culturale e storia televisiva
C’è qualcosa di quasi metafisico nel modo in cui certi programmi televisivi riescono a cristallizzare un’epoca, a farla propria con una precisione chirurgica che nessun saggio accademico potrebbe eguagliare. Drive In è uno di questi.
Drive In non è semplicemente un programma comico andato in onda sul piccolo schermo tra il 1983 e il 1988, è un vero e proprio acceleratore culturale, uno specchio deformante eppure verissimo di un’Italia che cambiava pelle a velocità supersonica, un oggetto culturale impossibile da ridurre a una sola lettura.
Per capire cosa rappresentò davvero Drive In bisogna però risalire alle origini stesse della televisione italiana.
La storia della TV in questo paese è una storia di rimozioni e rivoluzioni, di censure e sregolatezze, di padri nobili e figli prodighi.
Drive In appartiene alla seconda categoria.
Dalle origini del segnale alla TV commerciale: storia della televisione italiana prima di Drive In
Le prime trasmissioni televisive in Europa risalgono agli anni Trenta: la BBC nel 1936, la Francia nel 1935. In Italia fu l’E.I.A.R. (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) ad avviare i primi esperimenti nel 1939, ma lo scoppio del secondo conflitto mondiale interruppe tutto.
I bombardamenti distrussero le infrastrutture, e gli archivi dell’E.I.A.R. restano l’unica testimonianza di quella stagione mancata.
Il 3 gennaio 1954 la R.A.I. (Radio Audizioni Italiane) inaugurò le trasmissioni regolari: l’unico operatore televisivo nazionale per oltre vent’anni.
Il Programma Nazionale — poi Primo Programma, poi Rai Uno — fu il palcoscenico di una televisione pedagogica e paternalistica.
Nei primi anni delle trasmissioni televisive, la RAI offrì al paese anche il primo contatto di massa con la lingua italiana standard.
La prima generazione di trasmissioni italiane aveva le radici nel teatro e nel varietà da palcoscenico: uno spettacolo televisivo per tutta la famiglia, adatto a tutti, dal nonno ai più piccoli.
Tutto cambiò con la nascita della tv privata. La storia di Telemilano 58 — l’emittente fondata da Berlusconi nel 1978 per il complesso Milano 2 — è il punto di partenza di tutto.
Le reti di Berlusconi, con i loro contratti da favola e la logica incentrata sullo share, crearono lo spazio culturale perfetto per far nascere il Drive In.
La grande svolta della televisione italiana non arrivò da un qualche decreto, ma da dalla periferia, dal mercato, da Milano.
Drive In: struttura, format e gli elementi di novità del programma
Drive In andò in onda dal 1983 al 1988 su Italia 1, realizzato negli studi Mediaset alla periferia di Milano. Già questi dati geografici e produttivi ci dicono qualcosa di essenziale: non Roma, non la RAI, non il centro del potere culturale tradizionale. Milano, la periferia, il privato commerciale.
Il regista Enzo Trapani e gli autori del programma — tra cui Beppe Recchia e Marco Giusti — avevano capito che stavano lavorando con materiali nuovi e per un pubblico nuovo, e che le vecchie regole non si applicavano.
Gli elementi di novità del programma erano molteplici e si rinforzavano a vicenda. Prima di tutto, la struttura: nessun filo narrativo tradizionale, nessuna cornice drammaturgica coerente, nessuna progressione logica da un segmento all’altro.
Drive In era, nel senso più letterale del termine, un collage televisivo, un montaggio di frammenti eterogenei tenuti insieme non da una storia ma da un’energia: l’energia caotica e vitale degli anni Ottanta italiani.
Una grande novità del programma era l’assenza del conduttore, nel senso tradizionale del termine.
Non c’era una figura paterna e rassicurante che guidava lo spettatore attraverso la serata.
La riduzione del balletto a qualcosa di più vicino a uno spazio urbano che a un palcoscenico tradizionale era un’altra rottura deliberata con il passato.
Il format, insomma, rifiutava le convenzioni del varietà classico con la stessa nonchalance con cui i suoi protagonisti rifiutavano le convenzioni del linguaggio televisivo standard.
Drive In e Milano: la città come anima del programma
La scelta degli studi milanesi non era casuale.
Milano degli anni ’80 era la capitale del nuovo capitalismo italiano, il laboratorio in cui si sperimentavano i nuovi modelli di consumo, di socialità, di identità culturale.
Era la città dei Paninari e della Milano da bere, delle discoteche e della finanza creativa. Drive In respirava quella stessa aria, ne assorbiva l’energia e la restituiva moltiplicata attraverso il piccolo schermo.
Drive In era un programma profondamente milanese nell’anima, anche quando fingeva di parlare all’Italia intera.
La caratteristica del programma che più colpì il pubblico dell’epoca era forse questa: la sua capacità di sembrare dal vivo anche quando era registrato, di trasmettere un’energia di improvvisazione e casualità che era in realtà il risultato di una costruzione accurata.
Drive In sembrava facile, spontaneo, naturale. Questa naturalezza apparente era in realtà il prodotto di un lavoro sofisticato.
Un’assoluta novità nel panorama televisivo italiano che avrebbe cambiato le regole del gioco per sempre.
Il cast completo di Drive In: ogni comico, ogni personaggio, ogni sketch
Drive In fu prima di tutto una factory di talenti.
Ideato da Antonio Ricci — che ne scrisse la prima edizione con Alessandro Piccardo ed Ezio Greggio — Drive In portò sullo schermo un ensemble di volti poco conosciuti, destinati a diventare stelle nazionali.
La prima edizione (1983-1984) fu registrata negli Studi Dear di Roma; dalla seconda, il programma si trasferì a Milano, dove rimase fino all’ultima puntata del 17 aprile 1988.
La struttura era quella di una macedonia di generi — parole dello stesso Ricci: sit-com, varietà, satira politica, parodie, gag, tormentoni — con un ritmo di montaggio incalzante che era già, di per sé, una rivoluzione.
I testi furono scritti, nel corso delle edizioni, da autori esordienti come la Gialappa’s Band, Ellekappa e Gino e Michele.
Gianfranco D’Angelo
Gianfranco D’Angelo era il mattatore assoluto del programma, nonché la sua voce più riconoscibile.
Ogni puntata veniva aperta e chiusa da un suo monologo — talvolta scritto da Enrico Vaime — sui vizi e le manie degli italiani: la settimana bianca, le cliniche dimagranti, i villaggi vacanze.
Nella prima edizione, il monologo finale veniva interrotto da un improvviso acquazzone che faceva scappare tutti; nella seconda dalla nebbia; nella terza fu sostituito con una comica di Benny Hill.
D’Angelo fu anche il grande interprete della satira politica del programma e il creatore di alcuni dei personaggi più iconici della storia del varietà italiano.
| Personaggio / Sketch | Descrizione e tormentone |
|---|---|
| Il Tenerone | Pupazzo dalle fattezze di un coniglione completamente rosa, definito «l’animale più buono del mondo». Il suo verso era «pippo, pippo, pippo»; quando si «emozionava» ritirava la testa nel corpo gridando «emoziooone!». Per fargliela uscire, Ezio Greggio doveva premergli il fondoschiena. Diventò uno dei simboli assoluti del programma. |
| Il signor Armando e Has Fidanken | Il signor Armando magnificava senza sosta le straordinarie capacità del suo cocker spaniel Has Fidanken, che per contro restava completamente immobile qualunque cosa gli venisse ordinata. Il tormentone «Has… Fidanken!!!» divenne uno dei più celebri dell’epoca. Il cane apparteneva in realtà a un amico di D’Angelo, il generale paracadutista Giuseppe Palumbo, e si chiamava «Baby Dell’Aquila Bianca». |
| L’Asta Tosta | Banditore di un’asta televisiva «oggetti tosti per tutti i gosti» che metteva in vendita gadget improbabili. La gag si chiudeva invariabilmente con la proposta dello stesso quadro naïf del fantomatico Teomondo Scrofalo, introdotto con «È lui o non è lui? Cerrrto, che è lui!». |
| Mr. Taroccò «con l’accento sulla Q» | Parodia di un prestigiatore con il tormentone «bada ben bada ben bada ben…», con assistente il coniglio bianco Oreste, presentato come «suo commercialista». |
| Spetteguless | Parodia del gossip mondano: «cronaca stop, novella express… più che notizie, spetteguless». Tormentone: «chi ha cuccato la Cuccarini?». |
| Il Criticatrutto | Parodia di un critico tuttologo e saccente, con un linguaggio gonfio e autoreferenziale. |
| Professor Zichichirichì | Parodia dello scienziato e fisico nucleare Antonino Zichichi, del quale D’Angelo imitava i toni profetici e la propensione alla divulgazione pomposa. |
| Dottor Vermilione | «Psicologo santone», parodia dello psicanalista Armando Verdiglione. |
| Piero D’Angelo | Parodia di Piero Angela, che conduceva «Il mondo di Quirk Quork Quark» descrivendo come se fossero specie animali alcune tipologie di persone. Gag ricorrente: ogni volta che cercava di accavallare le gambe, lanciava un urlo di dolore. |
| La contessa Marina Dante delle Povere | Imitazione di Marina Ripa di Meana, intervistata da «Gervasetto» (parodia di Roberto Gervaso). D’Angelo interpretava entrambi i personaggi, poi montati in campo e controcampo. La contessa descriveva ogni suo amante come «un omaccione, con due baffetti da sparviero». |
| Ciriaco De Mita | D’Angelo abbigliato da antico greco, trasportato su una biga. Tormentone-canzone: «Gos’è la viDa, se non G’è De MiDa?», parodia della réclame delle caramelle Morositas con esasperazione del tipico accento irpino. |
| Gianni De Michelis | Imitazione del socialista veneziano. Tormentone: «Bon, bon, bon: ma che sagoma che son». De Michelis apprezzò l’imitazione al punto che il suo staff invitò D’Angelo a esibirsi in campagna elettorale a Venezia, offerta poi declinata. |
| Giovanni Spadolini | Imitazione del segretario repubblicano, spesso alle prese con telefonate immaginarie con «Ronald “Ron” Reagan». |
| Testa di Quiz | Parodia di un quiz show in cui il conduttore riusciva a spillare soldi ai concorrenti e a far vincere sempre lo stesso partecipante. |
Ezio Greggio
Ezio Greggio, nato a Cossato (Biella) nel 1954, era co-conduttore e co-autore della prima edizione insieme ad Antonio Ricci. A Drive In incarnò soprattutto il ruolo del giovane aiutante del gestore del locale (D’Angelo), complice nelle truffe ai danni dell’ingenuo cliente Beruschi. Fu il corpo e la voce del Tenerone e partecipò a tutte le grandi parodie cinematografiche del programma, da Rocky a Casablanca, da Il Padrino a Il nome della rosa. Dopo Drive In, con D’Angelo condusse Odiens e la prima edizione di Striscia la notizia.
Giorgio Faletti
Giorgio Faletti (Asti, 1950 – Torino, 2014) fu probabilmente il comico più poliedrico dell’intero cast. Attore, musicista, cantautore e poi scrittore di thriller internazionali, a Drive In portò una gamma di personaggi straordinariamente varia. Il tormentone del suo personaggio più famoso sarebbe diventato il titolo del suo primo libro.
| Personaggio / Sketch | Descrizione e tormentone |
|---|---|
| Vito Catozzo | Guardia giurata sovrappeso con parlata sgrammaticata e forte accento pugliese. Raccontava della moglie Derelitta, delle sei figlie e soprattutto del figlio Oronzo Adriano Celentano Catozzo, la cui evidente omosessualità Vito si sforzava di negare. Tormentone: «Porch’il mond’ che c’ho sott’i piedi!», diventato anche il titolo del primo libro di Giorgio Faletti. |
| Carlino | Adolescente di Passerano Marmorito che entrava in scena chiedendo dove trovare donne nude. Lo sketch seguiva sempre lo stesso canovaccio: Carlino scopriva i tradimenti della cognata. Frase ricorrente: «c’ha due roberti…» |
| Il Testimone di Bagnacavallo | Caricatura di un adepto di una setta millenarista. Tormentone: «Credete forse che io… E non vi veda?» |
| Suor Daliso | Suora delle «Piccole Madri Addolorate del Beato Albergo del Viandante e del Pellegrino» che, di fronte alle ragazzate del bullo locale, «le veniva uno s-ciopone» e impartiva sonore lezioni a ceffoni. |
| Topoligno | Orfano brasiliano con tre sorelle maggiori di colore. Tormentoni: «Topoligno è furbo ahaha…» e «Triplo vantaji, perché Topoligno è un povero urfaneji…» |
| Il Cabarettista Mascherato | Parodia di un improbabile rivoluzionario vestito da Zorro, in sella al cavallo Bronco, che tentava di «portare ai poveri di spirito le battute rubate ai ricchi». |
Enrico Beruschi e Margherita Fumero
Enrico Beruschi e Margherita Fumero formavano la coppia narrativa centrale delle prime tre edizioni.
Beruschi interpretava il cliente ingenuo e malcapitato del drive-in, perennemente alle prese con la moglie Margherituccia (la Fumero) e con il desiderio di corteggiare la cassiera Carmen Russo (poi sostituita da Lory Del Santo).
Questo triangolo tra il gestore-truffatore D’Angelo, l’aiutante Greggio e la vittima Beruschi era la cornice che teneva insieme le prime stagioni.
Enzo Braschi e il Paninaro
Enzo Braschi portò a Drive In uno dei personaggi più iconici e sociologicamente significativi dell’intera stagione: il Paninaro. Il Paninaro milanese narrava con finto gergo giovanilista i suoi improbabili tentativi di conquistare le «sfitinzie» cercando di evitare le rappresaglie di esponenti di altre sottoculture.
Nel corso delle stagioni Braschi parodiò anche altre mode giovanili, per finire infine in divisa militare a raccontare la naja, con il ritornello «’gnornò».
Massimo Boldi e Teo Teocoli
Massimo Boldi (Luino, 1945) e Teo Teocoli (Taranto, 1945) arrivarono a Drive In con già alle spalle una lunga carriera al Derby Club di Milano.
A Drive In operarono sia separatamente che in tandem, dando vita ad alcuni degli sketch più memorabili: il personaggio di Cipollino per Boldi, la parodia di Star Trek (Bold Trek) per entrambi, e il finto programma «Piccoli fans» condotto da Teocoli con Boldi, Greggio e D’Angelo truccati da bambini.
Zuzzurro e Gaspare
Andrea Brambilla (Varese, 1946 – Milano, 2013), in arte Zuzzurro, e Nino Formicola (Milano, 1953), in arte Gaspare, erano cognati e soci artistici da quasi quarant’anni.
Si erano conosciuti nel 1976 al Derby Club e avevano debuttato in TV nel 1978 nel programma RAI Non stop. Parteciparono a Drive In inizialmente come ospiti, diventando poi parte fissa del cast tra il 1984 e il 1986.
La coppia era costruita sul contrasto tra il commissario Zuzzurro — apparentemente ingenuo ma in realtà geniale — e il suo assistente Gaspare, sveglio ma perennemente ostacolato dai fraintendimenti del superiore. Il loro tormentone più celebre era: «Ce l’ho qui la brioche!». Zuzzurro morì il 24 ottobre 2013.
Francesco Salvi, Sergio Vastano, Carlo Pistarino e gli altri
Francesco Salvi, tra i più intellettualmente sofisticati del cast, portò una comicità nonsense e rigorosa: il camionista radioamatore «Totano2» e il leader dei Budiny Molly, parodia di un metallaro duro e purissimo.
Sergio Vastano ritraeva i nuovi archetipi sociali degli anni Ottanta — il bocconiano calabrese fuori sede, il top-manager yuppie, l’impresario cialtrone — in piccoli affreschi sociologici della Milano rampante.
Carlo Pistarino costruì un intero universo attorno all’agenzia di viaggi Pistarino, declinata in varianti sempre catastrofiche per i malcapitati clienti.
Il trio I Trettré (Gino Cogliandro, Edoardo Romano, Mirko Setaro) portò la componente più corale e teatrale del programma.
Parteciparono inoltre Syusy Blady e Patrizio Roversi (poi celebri come «turisti per caso»), Guido Nicheli, i Gatti di Vicolo Miracoli, La Carovana (Marco Della Noce e Cesare Gallarini) e molti altri.
Le protagoniste femminili: le Ragazze Fast Food, Carmen Russo, Lory Del Santo, Tinì Cansino
Il volto femminile di Drive In fu incarnato da figure diverse per ruolo e presenza scenica. Carmen Russo fu la prima cassiera del drive-in — oggetto del desiderio di Beruschi e cardine narrativo delle prime stagioni — poi sostituita da Lory Del Santo.
Tinì Cansino, di origine greca, fu la leader delle Ragazze Fast Food nelle prime edizioni e partecipò con battute proprie agli sketch, smentendo l’idea di un ruolo puramente decorativo.
Le Ragazze Fast Food — vallette in abiti succinti che servivano i clienti negli stacchetti — si rinnovarono ogni stagione.
La formazione del 1984 comprendeva Francesca Colombo, Sofia Frisone, Fabiana Telve e Giuliana Crespi.
L’anno successivo il gruppo crebbe con l’aggiunta di Luciana Ricca, Patrizia Sala e Toti Botta.
Nelle edizioni successive si avvicendarono Marta Marioni, Ritanna Carpenter, Cyssa Zaugg, Sabrina Pugi e Cristina Garavaglia.
Affiancarono le Fast Food le Monelle (un gruppo di adolescenti) e le Bomber, preposte alla sicurezza.
Tra le altre protagoniste: Nadia Cassini, Antonia Dell’Atte, Eva Grimaldi e Ambra Orfei. La sigla di coda della prima edizione fu La bambola di Patty Pravo reinterpretata da Carmen Russo; nella seconda Bum bum cantiamo di Nadia Cassini.
Il linguaggio di Drive In: battute brevi, gergo urbano e creazione di tipi urbani
Se c’è una caratteristica del programma che più di ogni altra ha segnato il panorama televisivo italiano, è la rivoluzione linguistica operata da Drive In.
La rapidità delle battute brevi, la prevalenza dei monologhi corti sulle scene dialogate estese: tutto questo costituiva una rottura netta con i tempi del varietà tradizionale, formatosi sul modello del teatro e dunque strutturalmente incline alla lunghezza e alla costruzione paziente dell’effetto comico.
Drive In importò nella televisione italiana una velocità che aveva altri modelli di riferimento: la stand-up comedy americana, i fumetti, la pubblicità televisiva.
Le battute non si sviluppavano: esplodevano.
In questo contesto, l’esagerazione dell’uso di espressioni dialettali e del gergo urbano milanese non era soltanto un dettaglio stilistico: era una dichiarazione di appartenenza culturale.
Il tipo urbano per eccellenza che Drive In contribuì a consacrare fu il Paninaro: quella figura generazionale già viva nelle strade di Milano ma che il programma portò all’attenzione nazionale, con il suo gergo fatto di anglicismi storpiati e neologismi inventati sul momento, un codice di riconoscimento tribale che Drive In amplificò e diffuse in tutta Italia.
Strumentalizzazione del corpo femminile?
Non si può parlare di Drive In senza affrontare il tema che più di ogni altro ha alimentato le polemiche e le riflessioni critiche sul programma: il rapporto con il corpo femminile e il ruolo delle showgirl.
Le Ragazze Fast Food — con le loro uniformi provocanti, i loro sorrisi fissi, la loro presenza di sfondo rispetto alla centralità maschile del comico — sono diventate un simbolo, ambiguo e controverso, di un’epoca.
Il tema della strumentalizzazione del corpo femminile in Drive In è stato discusso per decenni con interpretazioni radicalmente divergenti.
C’è chi vede nella presenza delle showgirl una forma di oggettivazione pura e semplice; c’è chi invece sottolinea che molte protagoniste femminili del programma divennero figure di riferimento culturale indipendenti, con una loro agency.
Le Ragazze Fast Food erano in ogni caso qualcosa di diverso dalla soubrette tradizionale: la loro serialità quasi industriale era essa stessa un commento implicito sulla cultura degli anni Ottanta, l’era del consumo di massa aveva trasformato anche il corpo in un prodotto, e Drive In ne prendeva atto con la stessa nonchalance con cui accettava tutte le altre logiche del mercato.
La satira politica e il decennio che precede Mani Pulite
Uno degli aspetti più interessanti di Drive In, e paradossalmente uno dei meno analizzati, è il suo rapporto con la politica italiana.
Il programma andò in onda negli anni della Prima Repubblica nella sua fase più parossistica: il pentapartito, il craxismo, l’edonismo rampante, la corruzione sistemica che di lì a pochi anni sarebbe esplosa nell’inchiesta Mani Pulite.
Le imitazioni di Gianfranco D’Angelo — De Michelis, Goria, Spadolini, De Mita — costituiscono uno dei documenti più interessanti di quella stagione: critica nei confronti della classe politica portata in un contesto di massa, democratizzata, resa pop.
Naturalmente esiste anche una lettura opposta: il disimpegno politico di fondo del programma potrebbe essere interpretato come funzionale al sistema che fingeva di criticare, Drive In ridicolizzava i politici ma non metteva in discussione il sistema.
Offriva al pubblico la soddisfazione della critica senza le conseguenze dell’opposizione reale.
Ma quando D’Angelo incarnava De Michelis stava anche costruendo un’immagine di potere che si autoriproduce e celebra la propria eccedenza come una virtù: una critica mascherata da parodia fisica, che il pubblico — almeno in parte — capiva benissimo.
L’eredità di Drive In: Colpo Grosso e i format che vennero dopo
Drive In dimostrò che era possibile costruire un programma di successo senza un filo narrativo tradizionale, senza personaggi fissi che si evolvevano episodio per episodio.
Questo aprì la strada a tutta una serie di trasmissioni che avrebbero dominato la televisione italiana negli anni successivi: da Colpo Grosso a Striscia la Notizia, da Zelig ai programmi di varietà Mediaset degli anni Novanta.
Le caratteristiche che Drive In contribuì a codificare — brevità, ritmo serrato, belle ragazze come sfondo del comico maschile, satira leggera del costume politico — divennero quasi degli standard di genere.
Boris, Troppo Frizzante e il fantasma del trash milanese
C’è un momento in cui la storia di Drive In si trasforma in qualcos’altro: in un oggetto di nostalgia, in un riferimento culturale, in un fantasma che percorre i corridoi della televisione italiana successiva.
Ed è qui che la serie Boris — considerata da molti il capolavoro della televisione italiana degli anni Duemila — offre il contributo più interessante.
In Boris, il protagonista René Ferretti si trova tentato di accettare la regia di una trasmissione comica trash milanese: TROPPO FRIZZANTE.
Lui è disgustato dall’offerta, ma è anche palesemente affascinato da essa, consapevole che quella televisione spazzatura ha una vitalità e un’onestà brutale che mancano completamente alle costruzioni culturali più pretese.
Il rimando a Drive In — e alla tradizione della televisione commerciale milanese degli anni ’80 — è nei dettagli.
Boris non cita Drive In esplicitamente, ma lo convoca come fantasma, come punto di riferimento implicito di tutto quello che la televisione italiana è diventata.
René, intellettuale e auteur mancato, è tentato non nonostante il trash ma a causa di esso: c’è qualcosa in quella televisione rozza e vitale che lui riconosce come autentica, più onesta delle costruzioni raffinate in cui si è intrappolato.
Autenticità o trash? Cosa ci insegna Drive In oggi
Drive In ci consegna un’eredità scomoda. Non si può celebrarla senza qualche riserva, non la si può condannare senza perdere qualcosa di importante.
Drive-In rappresenta, nella storia della televisione italiana, il momento in cui il piccolo schermo ha smesso di sognare di essere altro — teatro, cinema, scuola, pulpito — e ha accettato di essere semplicemente se stesso: rumore, immagini, risate, pubblicità. Un momento di disincanto e di liberazione insieme, da cui la televisione italiana non si è mai completamente ripresa.
Domande frequenti su Drive In
Quanto è durato Drive In?
Drive In è durato cinque anni, andando in onda dal 1983 al 1988 su Italia 1. In totale vennero prodotte cinque stagioni, ciascuna trasmessa nel palinsesto del sabato sera in prima serata.
Chi conduceva Drive In?
Drive In era condotto principalmente da Ezio Greggio e Gianfranco D’Angelo. Al cast fisso partecipavano anche Umberto Smaila, Giorgio Faletti, Francesco Salvi, Teo Teocoli, Nini Salerno e la celebre coppia Zuzzurro e Gaspare, oltre alle Ragazze Fast Food. Una delle caratteristiche innovative del programma era proprio la riduzione del ruolo del conduttore tradizionale.
Che cos’è un Drive In?
Un drive in è originariamente un cinema all’aperto dove si guarda il film restando all’interno della propria automobile. Nato negli Stati Uniti negli anni Trenta e diventato iconico negli anni Cinquanta, il programma televisivo Drive In ha preso il nome da questo concetto americano, trasponendone la logica — portare lo spettacolo verso lo spettatore, nel suo spazio privato — nella televisione commerciale italiana degli anni ’80.
Esistono ancora i Drive In?
I drive in cinematografici esistono ancora, soprattutto negli Stati Uniti, dove sopravvivono come esperienze nostalgiche in alcune aree del paese. In Italia sono quasi completamente scomparsi. Il programma televisivo Drive In, invece, non è mai tornato in produzione dopo il 1988, ma vive come riferimento culturale fondamentale nella memoria collettiva della televisione italiana.




