Apple TV Plus continua a stupirci con serie televisive di altissima qualità, capaci di attirare l’attenzione di un pubblico colto ed esigente. Non è da meno Pluribus, la serie rivelazione dell’anno che, fin dal primo episodio, ha dimostrato di volersi spingere oltre a un semplice intrattenimento. Quello che sembra un semplice racconto di fantascienza si rivela presto una riflessione disturbante sull’umanità, sulla libertà individuale e sull’illusione della felicità collettiva.
Dietro questa operazione c’è Vince Gilligan, che dopo Breaking Bad e Better Call Saul torna a confrontarsi con temi morali esplosivi, trattandoli con apparente leggerezza e precisione chirurgica.
Perché Pluribus è debitore di serie TV e film degli anni ’80

Pluribus, “la serie nuova di Apple TV Plus”, può essere paragonata a un’astronave atterrata nel 2025 ma assemblata con i bulloni, le paure e certi miti creati negli anni ’80. La fantascienza di quel decennio era dotata di un talento raro: trasformare un’idea filosofica in trama, e mutare quella trama in incubo domestico.
Il punto non è l’estetica. Non vediamo sfrecciare per le strade di Albuquerque biciclette illuminate a dinamo come in Stranger Things. Entrambe le serie usano temi fantastici per parlare di traumi e perdite, ma Pluribus rinuncia al conforto nostalgico. Qui il mostro non vive nel bosco, ma nella promessa di un mondo tutt’altro che “sottosopra”, idilliaco per quanto inquietante.
Negli anni ’80 la fantascienza tornava con insistenza su una domanda ossessiva: e se la pace fosse una trappola?
In V – Visitors il nemico non si presentava come demonio, ma come un benefattore. In Ai confini della realtà il futuro sapeva di esperimento etico. In WarGames era proprio una logica priva di emozioni a guidarci verso l’annientamento, mutuale e collettivo. In Max Headroom la comunicazione diventava contagio. Proprio come in Pluribus!
Qual è la trama della serie Pluribus?

Nei primi episodi, Pluribus ci introduce a un mondo improvvisamente pacificato. Gli Altri, noti anche come The Joined, hanno unito quasi tutta l’umanità in una coscienza collettiva: niente più guerre, niente più dolore, nessun conflitto. Solo pace, armonia e una rassicurante assenza di dolore.
Carol Sturka, interpretata da Rhea Sheehorn, è una delle pochissime persone rimaste immuni a questa trasformazione. Essere libera, però, significa essere sola. Ed è proprio su questo paradosso che la serie fonda la propria tensione narrativa.
Cosa significa Pluribus?
Il titolo richiama il motto e pluribus unum: da molti, uno. Ma Gilligan ne rovescia il senso. Qui l’unità non è una conquista, bensì una fusione forzata delle coscienze. L’individuo sparisce, sostituito da un consenso eterno. Un’idea figlia diretta della fantascienza degli anni ’80.
Il finale della prima stagione di Pluribus spiegato

Arriviamo così al finale della prima stagione di Pluribus, un episodio conclusivo carico di rivelazioni, ma soprattutto di ambiguità studiate. Carol sembra avvicinarsi agli Altri attraverso la relazione con Zosia, aprendo alla possibilità – almeno teorica – di una convivenza tra libertà individuale e felicità collettiva.
Poi arriva lo scarto, quello tipicamente gillighaniano. Carol scopre che l’assimilazione non è una proposta, ma un piano già deciso: il suo corpo, i suoi ovuli, la sua identità sono considerati risorse. È qui che entra in scena l’oggetto più inquietante dell’intera stagione: la bomba atomica. Ma la domanda, a questo punto, non è se verrà usata. È che cosa rappresenta davvero.
Gilligan ci mette davanti a un dubbio cruciale: siamo di fronte a una vera arma di distruzione di massa o a una metafora narrativa? Nella fantascienza degli anni ’80 la bomba non era mai soltanto una bomba.
In WarGames il nucleare diventa un problema logico, non militare; in The Day After è un monito morale prima ancora che un evento. In Pluribus, l’ordigno potrebbe non servire a distruggere il mondo, ma a interromperlo.
Da qui nasce l’ipotesi più affascinante: che la bomba non venga utilizzata per il suo potere esplosivo, ma per il suo effetto EMP, capace di spezzare i collegamenti elettrostatici e sinaptici che tengono unita la coscienza collettiva degli Altri.
Non annientamento, dunque, ma disconnessione. Non fine dell’umanità, ma riapertura del conflitto, del dolore, della scelta.
Se così fosse, il significato della scelta della protagonista Carol cambierebbe radicalmente: non un gesto nichilista, ma un atto chirurgico.
Carol non vuole cancellare la Terra, ma restituirle la frammentazione. Rimettere il mondo in uno stato imperfetto, rumoroso, umano.
Così come finisce il primo ciclo di Pluribus? Con una minaccia che è anche una possibilità. La pace, l’armonia, l’assenza di dolore offerte dagli Altri vengono sospese davanti a una domanda, che la serie evita di chiudere.
La teoria del Contagio Incomprensibile: quando la fantascienza anni ’80 suggerisce il futuro di Pluribus

A questo punto è necessario azzerare ogni lettura “funzionale” o razionale del contagio. Se guardiamo Pluribus con gli strumenti giusti – quelli della grande fantascienza televisiva degli anni ’80 – diventa evidente che il segnale alieno non è un’arma, non è una strategia, non è nemmeno un progetto comprensibile. È un codice. E come spesso accade nella fantascienza più radicale, è un codice alieno nel senso più letterale del termine: privo di intenzioni leggibili, privo di morale, privo di uno scopo che possa essere tradotto in categorie umane.
I virus, nella biologia come nella narrativa, non hanno obiettivi politici o etici. Hanno un solo imperativo: replicarsi. La propagazione non è una conquista, ma una conseguenza.
In Pluribus, l’ibridazione tra segnale alieno e coscienza umana genera qualcosa che non è più umanità, ma nemmeno vera alterità: un sistema instabile che si duplica perché non può fare altro.
La costruzione dell’antenna, la diffusione verso altri pianeti, non sono fasi di un piano: sono riflessi automatici.
Questa logica è perfettamente coerente con la fantascienza televisiva degli anni ’80, che diffidava delle spiegazioni totali e preferiva l’incomprensibilità come orizzonte.
In Invasion of the Body Snatchers, l’assimilazione non serve a governare: serve a continuare.
In The Andromeda Strain, l’organismo alieno non attacca, non conquista, non comunica: esiste e, esistendo, modifica tutto.
In The Outer Limits e Ai confini della realtà, il contatto con l’Altro non chiarisce mai il senso degli eventi: lo dissolve.
Se leggiamo Pluribus attraverso questo filtro, allora la domanda “perché gli umani vengono contagiati?” diventa irrilevante.
La domanda giusta è un’altra: che cosa succede dopo, quando la replicazione ha saturato il sistema? È qui che la tradizione anni ’80 offre le risposte più inquietanti.
Nella maggior parte delle serie di fantascienza di quel periodo, una volta completata la diffusione, accade uno di questi tre scenari:
- Collasso silenzioso – come in The Day After: il mondo non esplode più, semplicemente si spegne. Gli organismi assimilati non servono più e iniziano a morire.
- Mutazione imprevedibile – come in The Andromeda Strain: il sistema cambia forma, sfugge al controllo, genera nuove varianti.
- Ritorno del conflitto – come in V – Visitors: la fase di adattamento termina e lascia spazio a una nuova frattura.
Applicando questa griglia a Pluribus, le prossime stagioni non racconteranno una resistenza classica, ma le conseguenze di un mondo quasi interamente contagiato, e soprattutto il destino delle anomalie rimaste.
Qui entra in gioco la domanda decisiva, che la serie ha accuratamente evitato di risolvere nel finale: Carol e Manousos verranno assimilati? La fantascienza degli anni ’80 suggerisce che la risposta non sia né immediata né definitiva.
In molti modelli narrativi di quel periodo, l’anomalia non viene eliminata subito. In Invasion of the Body Snatchers i non assimilati sopravvivono solo finché servono a mostrare il contrasto; in The Andromeda Strain l’organismo alieno cambia comportamento proprio a contatto con ciò che non riesce a metabolizzare; in V – Visitors la resistenza viene tollerata finché è utile al sistema dominante.
L’assimilazione, quando arriva, non è una vittoria: è un fallimento del processo.
Trasposto in Pluribus, questo significa che Carol e Manousos potrebbero non essere assimilabili nel senso pieno del termine. Non perché speciali, ma perché incompatibili.
La loro presenza introduce instabilità in un codice che tende alla ripetizione. Assimilarli significherebbe contaminare la coscienza collettiva con dubbio, scelta, conflitto.
La serie potrebbe quindi muoversi lungo tre possibilità, tutte coerenti con la tradizione anni ’80:
- Assimilazione incompleta: Carol entra temporaneamente in The Joined, ma ne altera l’equilibrio dall’interno, come un errore logico che si propaga.
- Isolamento funzionale: Carol e Manousos vengono lasciati ai margini, non per pietà, ma perché inutilizzabili, residui che il sistema non riesce a cancellare.
- Assimilazione differita: il contagio viene rimandato fino al momento in cui la replicazione avrà saturato ogni altro spazio possibile.
In tutti e tre i casi, l’assimilazione non è il punto d’arrivo, ma una variabile instabile. Come nella migliore fantascienza degli anni ’80, ciò che conta non è se Carol verrà inglobata, ma che cosa succede a un sistema perfetto quando incontra qualcosa che non può comprendere.
A questo punto si inserisce un dettaglio apparentemente marginale, ma potenzialmente decisivo: con chi era al telefono Manousos? La serie non lo chiarisce, ma la scelta di affidare quella voce all’attore che in Breaking Bad interpretava Lalo Salamanca non può essere casuale.
Gilligan ha sempre usato i volti come segnali, mai come semplici cameo.
Se leggiamo questo indizio secondo la grammatica della fantascienza anni ’80, il personaggio al telefono potrebbe non essere un alleato, né un antagonista classico, ma un’altra anomalia, qualcuno che ha compreso prima degli altri la natura del contagio.
Non un ribelle, ma un interprete del codice. In molte serie del periodo – da Ai confini della realtà a The Outer Limits – il sapere non salva: isola.
Qui l’accostamento inevitabile è con L’ombra dello scorpione di Stephen King. Anche lì il contagio non è solo biologico, ma simbolico: una forza che svuota il mondo, elimina il superfluo e lascia emergere due possibilità opposte.
Da una parte la massa, dall’altra pochi individui che sentono qualcosa prima degli altri, come se fossero sintonizzati su una frequenza diversa.
In King il virus libera il caos; in Pluribus il segnale alieno genera ordine. Ma in entrambi i casi ciò che conta non è la causa, bensì la sopravvivenza dell’anomalia.
Manousos potrebbe allora occupare lo stesso spazio narrativo dei personaggi-sentinella di King: non leader, non profeti, ma testimoni. Figure che non fermano il contagio, ma ne riconoscono la natura prima che sia troppo tardi.
La telefonata diventa così un’eco lontana di The Stand: il momento in cui qualcuno capisce che il mondo non tornerà più quello di prima.
Questa presenza suggerisce che il mondo di Pluribus non sia diviso solo tra contagiati e non contagiati, ma tra chi subisce il segnale e chi tenta di decifrarlo.
Se davvero Manousos è in contatto con una figura esterna, ambigua, potremmo essere di fronte al seme della seconda stagione: non una guerra contro The Joined, ma una corsa alla comprensione di qualcosa che non vuole essere capito.
Come finisce Breaking Bad (e perché conta)

Il parallelismo tra Breaking Bad e Pluribus non riguarda solo il nome di Vince Gilligan, ma una vera e propria ossessione autoriale: i protagonisti cercano sempre di risolvere il caos usando il linguaggio che conoscono meglio, quello del loro lavoro. In Gilligan il talento non è decorativo: è una leva narrativa e morale.
Walter White non arriva alla fine perché è più forte o più giusto, ma perché è un chimico. Il mitragliatore automatico nascosto nel bagagliaio non è un gesto di rabbia, ma un dispositivo progettato, quasi elegante nella sua brutalità: un problema complesso risolto con ingegneria.
Walter muore, ma muore avendo completato un disegno, coerente fino all’ultimo con ciò che è diventato.
Questo schema ritorna costantemente. In Better Call Saul, Jimmy McGill usa il linguaggio legale e narrativo per piegare la realtà; Mike Ehrmantraut applica metodo e disciplina; Gus Fring trasforma l’organizzazione aziendale in un’arma invisibile. Nessuno improvvisa: ognuno combatte sfruttando al meglio il proprio mestiere come un superpotere.
In Pluribus il principio si sposta su un terreno ancora più sottile. Carol non è una scienziata né una stratega militare: è una scrittrice di Romantasy. Vive di costruzione di mondi, di trame, di immaginari condivisi. Questo dettaglio, apparentemente secondario, cambia completamente il senso della bomba atomica.
La bomba può essere letta non solo come strumento distruttivo o elettromagnetico, ma come elemento narrativo deliberatamente messo in scena. Un oggetto-mito, una minaccia archetipica capace di orientare comportamenti, creare attese, forzare reazioni.
Come il mitragliatore di Walter White, la bomba potrebbe diventare parte di un piano più ampio, non solo tecnico, ma manipolatorio e narrativo.
Carol potrebbe usare la bomba come uno scrittore usa il climax di un romanzo, come l’iconico fucile di Čechov: non per arrivare davvero all’esplosione, ma per costringere il sistema a rivelarsi.
In un mondo dominato da una coscienza collettiva, la narrazione è forse l’unico strumento rimasto per introdurre discontinuità. La fantasia, la promessa di un evento catastrofico, diventano armi quanto – o più – della tecnologia.
Se questo parallelismo regge, allora Pluribus potrebbe seguire la traiettoria più tipica di Gilligan: non una vittoria morale, ma una dimostrazione di coerenza.
Come Walter White, Carol potrebbe non salvare il mondo ma riscrivere le condizioni del racconto, anche a costo di distruggerlo. E in questo gesto, profondamente creativo e profondamente pericoloso, che potrebbe misurarsi davvero l’eredità di Breaking Bad.
5 serie TV degli anni ’80 che hanno influenzato Pluribus
Queste non sono semplici influenze estetiche o citazioni nostalgiche. Sono strutture narrative, modi di pensare il futuro e il contagio, che Pluribus rielabora in chiave contemporanea.
1. Ai confini della realtà (The Twilight Zone)
È la matrice primaria. Non tanto per i colpi di scena, quanto per l’idea che ogni storia sia un esperimento morale. In Pluribus ogni scelta – aderire alla coscienza collettiva o restarne fuori – è un test etico senza risposta giusta. Come nella serie di Rod Serling, il fantastico non spiega: giudica.
2. V – Visitors
La lezione fondamentale di V è che l’invasione più efficace è quella che promette ordine e progresso. Gli alieni arrivano sorridenti, portano tecnologia e stabilità, e chiedono solo collaborazione. Pluribus aggiorna questa intuizione: non serve nemmeno un volto alieno, basta un segnale. La seduzione sostituisce la violenza.
3. Invasion of the Body Snatchers (1978, ma anima anni ’80)
Più che una serie, un archetipo. La paura non è la morte, ma la sostituzione silenziosa. In Pluribus gli Altri non uccidono: riscrivono. Il vero orrore è riconoscere chi ami… e scoprire che non prova più conflitto.
4. Max Headroom
Una delle opere più profetiche degli anni ’80. Qui il contagio non è biologico, ma mediatico. Pluribus eredita questa intuizione: il segnale alieno funziona come un broadcast, una trasmissione che modifica comportamento e desiderio. Non comanda: sincronizza.
5. I Tripodi (The Tripods)
Forse la più sottovalutata. Un mondo pacificato, ordinato, in cui la libertà è un fastidio da eliminare. I pochi immuni non sono eroi, ma errori di sistema. È esattamente la posizione di Carol e Manousos: residui che impediscono al mondo di chiudersi.
5 brani degli anni ’80 che calzerebbero perfettamente con dei montaggi della serie
Se Pluribus adottasse davvero un uso musicale alla Stranger Things, questi brani non servirebbero a evocare nostalgia, ma a creare contrasto emotivo: musica calda su immagini fredde, pop su apocalisse.
1. Sweet Dreams (Are Made of This) – Eurythmics (1983)
Perfetta per una sequenza di assimilazione. Il testo parla di desiderio e ripetizione, mentre le immagini mostrano la perdita dell’individualità. È il suono ideale della felicità che non hai scelto.
2. Everybody Wants to Rule the World – Tears for Fears (1985)
Una canzone allegra solo in superficie. Usata su un montaggio degli Altri che completano l’antenna, diventerebbe un commento ironico sul controllo: nessuno vuole governare, ma tutti finiscono governati.
3. Blue Monday – New Order (1983)
Ritmo meccanico, emotività trattenuta. È il brano perfetto per mostrare una coscienza collettiva che funziona come una macchina: efficiente, ipnotica, disumanizzata.
4. The Killing Moon – Echo & The Bunnymen (1984)
Qui entra il destino. Una canzone ideale per Carol, per suggerire che alcune scelte non sono davvero evitabili. Il libero arbitrio come illusione poetica.
5. It’s the End of the World as We Know It (And I Feel Fine) – R.E.M. (1987)
Da usare non durante la catastrofe, ma dopo. Il mondo è finito, ma tutti sorridono. È la sintesi perfetta dello spirito di Pluribus: fine senza trauma, apocalisse senza dolore.
Come proseguirebbe la seconda stagione di Pluribus se fosse una serie Anni ’80

Se Pluribus fosse davvero una serie concepita e prodotta negli anni ’80, la seconda stagione partirebbe da un presupposto narrativo chiarissimo: il tempo. Non un tempo astratto, ma un conto alla rovescia preciso, quasi crudele. Carol ha un mese. Trenta giorni prima che la mente collettiva riesca a utilizzare i suoi ovuli congelati per ricavare il materiale genetico necessario a produrre cellule staminali e completare l’assimilazione senza il suo consenso. È una scadenza degna di 24 prima di 24, ma filtrata attraverso la lente della fantascienza anni ’80, quando il tempo era sempre una trappola narrativa.
Negli anni ’80 questo tipo di limite temporale serviva a spostare il racconto dall’epica alla strategia.
Non grandi battaglie, ma piani improvvisati, soluzioni borderline, idee sbagliate che diventano improvvisamente decisive.
Pensiamo a WarGames: il mondo non viene salvato con un’arma più potente, ma con una comprensione tardiva. Oppure a The Andromeda Strain, dove la tensione nasce dal tentativo di capire qualcosa che evolve più in fretta degli esseri umani.
In questa versione “anni ’80”, la seconda stagione di Pluribus non seguirebbe una struttura lineare, ma episodica e ossessiva, quasi da Ai confini della realtà: ogni puntata esplora una possibile via di fuga che fallisce o si rivela moralmente inaccettabile.
Un episodio potrebbe ruotare attorno a un tentativo di distruggere i laboratori che custodiscono il materiale genetico; un altro alla possibilità di sabotare il processo di crescita cellulare; un altro ancora all’idea, ancora più inquietante, di anticipare l’assimilazione per corromperla dall’interno.
Carol, in quanto scrittrice di Romantasy, non agirebbe come un soldato. Il suo vero campo di battaglia sarebbe la narrazione. Negli anni ’80 la fantascienza amava l’idea che le storie potessero cambiare il mondo: basti pensare a The NeverEnding Story, dove l’immaginazione è una forza concreta, o a They Live, in cui il linguaggio nascosto controlla la percezione.
Carol potrebbe usare racconti, miti, scenari emotivi per introdurre incoerenza nella coscienza collettiva, sfruttando il fatto che The Joined funziona solo finché tutto è perfettamente sincronizzato.
Manousos, invece, occuperebbe il ruolo tipico del tecnico anni ’80: il personaggio che conosce i limiti del sistema ma non ne controlla le conseguenze.
Come gli scienziati di The Andromeda Strain o i programmatori di Tron, il suo compito sarebbe guadagnare tempo, rallentare la crescita delle cellule staminali, interferire con i processi automatizzati, sapendo che ogni intervento produce effetti collaterali.
Il vero colpo di scena, però, arriverebbe verso la fine della stagione, secondo la migliore tradizione di V – Visitors. Carol scopre che l’assimilazione tramite il suo DNA non serve solo a inglobarla, ma a stabilizzare definitivamente la coscienza collettiva. Il suo rifiuto non è solo una resistenza personale: è l’ultimo ostacolo prima che The Joined diventino irreversibili.
La stagione si chiuderebbe non con un’esplosione, ma con una scelta impossibile: distruggere il proprio materiale genetico – cancellando ogni possibilità di futuro biologico – oppure usarlo come esca, come ultimo atto narrativo capace di riscrivere le regole del contagio.
È una chiusura perfettamente anni ’80: non una vittoria, ma una sospensione morale. Il mondo resta in piedi, ma il prezzo è altissimo. E lo spettatore, ancora una volta, non ottiene conforto, ma una domanda che continua a vibrare ben oltre i titoli di coda.
Quando aspettarsi la seconda stagione di Pluribus

Una domanda inevitabile, dopo un finale così sospeso, è quando potremo vedere la seconda stagione di Pluribus. Al momento non esiste una data ufficiale di uscita, ma incrociando le informazioni disponibili sulla produzione si può delineare uno scenario realistico.
Apple TV Plus ha ordinato il progetto su base pluriennale e la writers’ room è già attiva, ma la serie richiede una lunga fase di sviluppo, sia per la complessità tematica sia per l’uso intensivo di effetti visivi e post-produzione. Vince Gilligan ha dichiarato che non intende accelerare i tempi a scapito della scrittura.
Considerando:
- tempi medi di scrittura (6–9 mesi);
- riprese di una stagione ad alto budget;
- post-produzione complessa,
una finestra realistica per la seconda stagione di Pluribus si colloca tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028. Un’attesa lunga, ma coerente con la filosofia produttiva di Apple TV Plus e con l’ambizione di Pluribus: una serie che non vuole arrivare prima, ma arrivare giusta.
Epilogo immaginato: estratto dalla sceneggiatura del finale della seconda stagione di Pluribus
A questo punto, dopo aver attraversato teorie, influenze e ipotesi narrative, mi sono concesso un azzardo: provare a immaginare come potrebbe chiudersi la seconda stagione di Pluribus. Non una previsione, ma un esercizio di immaginazione, nello spirito della fantascienza degli anni ’80, quando il finale era spesso una domanda travestita da scena.
Interno. Laboratorio improvvisato. Notte.
I monitor pulsano. Una mappa stellare lampeggia a intermittenza. Carol è ferma, davanti a una pagina aperta del suo romanzo. Manousos controlla un timer: -00:01:12:34.
MANOUSOS
Ventidue ore. Poi useranno il materiale genetico. Non potremo più impedirlo.CAROL
(senza guardarlo)
Non dobbiamo impedirlo. Dobbiamo cambiare il finale.Carol digita. Il sistema reagisce. La coscienza collettiva rallenta, come se stesse leggendo.
MANOUSOS
Che cosa stai facendo?CAROL
Racconto una storia che non conoscono. Una che non possono sincronizzare.Un silenzio innaturale attraversa la rete. La bomba è armata, ma non esplode.
SISTEMA (V.O.)
— ERRORE DI COERENZA —Carol chiude il laptop.
CAROL
Fine.Cut to black.




