Simbolo della canzone italiana, la cantante Mina (all’anagrafe Anna Maria Mazzini) è considerata una delle più grandi voci del panorama musicale italiano, autentica icona che ha accompagnato generazioni di ascoltatori.
Fin dagli esordi negli anni ’60, Mina ha infranto schemi e dettato mode: il pubblico l’ha soprannominata la “Tigre di Cremona” per l’energia graffiante della sua voce e la presenza scenica indomabile.
Negli anni ’60 e ’70 è stata la regina incontrastata della musica leggera nazionale, collezionando un successo dietro l’altro e incarnando l’immagine della donna emancipata in TV e nella società.
La sua parabola artistica tuttavia non si è affatto esaurita col finire dei ’70: anzi, a modo suo negli anni ’80 Mina ha rivoluzionato il pop italiano, reinventandosi lontano dalle scene ma continuando a innovare con la sua musica e la sua immagine.
Nel 1978 Mina prese la clamorosa decisione di ritirarsi dalle esibizioni pubbliche al culmine della popolarità.
In molti pensarono fosse a causa dell’aumento di peso e del rifiuto dei riflettori; in realtà, dopo aver contratto una grave polmonite virale in quell’anno, Mina capì che desiderava una vita più tranquilla, continuando a regalare la sua voce ma non più la sua presenza.
Iniziò così la sua “fase di isolamento” – niente concerti né apparizioni TV – ma tutt’altro che un ritiro artistico: Mina si dedicò con ancora maggior libertà alle incisioni in studio, pubblicando quasi ogni anno nuovi album.
Proprio in questo periodo Mina ha compiuto alcune delle sue scelte più audaci e visionarie, soprattutto attraverso bizzarre copertine concettuali e doppi album decisamente innovativi per il panorama italiano.
Mina abbia anticipato davvero le tendenze del pop moderno? Scopriamolo insieme…
Mina prima degli anni ’80
Sul finire dei ’50, quando l’Italia ancora si pettinava con la brillantina e il rock’n’roll sembrava roba da marziani, arriva lei: una ragazza lombarda che urla come se volesse strappare le tende del cielo. È Mina, e con quella voce da terremoto butta giù il muro di velluto della canzonetta italiana.
In pochi anni Mina Anna Mazzini – questo il suo nome completo – diventa semplicemente Mina, la voce simbolo del boom economico italiano.
Negli anni ’60 domina hit parade e varietà televisivi, sfornando brani rimasti nella storia (da Il cielo in una stanza a Se telefonando) e conducendo show come Studio Uno, che la consacrano come superstar nazionalpopolare.
In un’Italia che voleva donne perfette e madri invisibili, Mina sceglie la via della libertà e ne paga il prezzo. Nel ’63 la RAI bandisce Mina per uno scandalo che oggi non farebbe nemmeno notizia. Ma quella ferita la consacra: da “ragazza madre” a mito pop, come se la gogna mediatica rappresentasse la sua vera incoronazione.
Il pubblico la acclama come un simbolo di emancipazione femminile e Mina continua a rinnovarsi. Cambia look e genere musicale con una semplicità camaleontica, passando dal pop al blues, dallo swing al tango, con una versatilità vocale senza pari.
Verso la fine degli anni ’60 Mina fonda una propria etichetta discografica (PDU) e negli anni ’70 sforna album e show televisivi di enorme successo. La sua voce da soprano leggero, capace di tre ottave di estensione, affronta qualsiasi repertorio – melodie tradizionali, sperimentazioni di Battisti e Fossati, classici americani – confermandola interprete suprema della canzone italiana.
Nel 1972 Mina conduce la sua ultima grande trasmissione TV (Teatro 10) e nel biennio 1977-78, dopo aver toccato vette di popolarità inarrivabili, sente il bisogno di allontanarsi dalle luci della ribalta.
Il 23 agosto 1978, Mina tiene il suo concerto d’addio alla Bussola di Viareggio. Di lì a poco, complice una brutta malattia e la stanchezza per i ritmi dello spettacolo, Mina scompare dalle scene pubbliche.
La Tigre di Cremona si ritira dalla giungla mediatica… ma non dal mondo della musica.
Perché gli anni ’80 furono fondamentali per carriera di Mina

Gli anni ’80 segnano per Mina una sorta di “seconda vita” artistica, per molti versi rivoluzionaria.
Privata ormai della figura di diva televisiva – per scelta sua – Mina concentra tutta l’attenzione sulla produzione discografica.
Libera dall’obbligo di “apparire”, può osare ancora di più a livello creativo. Innanzitutto impone la formula del doppio album: quasi ogni anno Mina pubblica album composti da due dischi, spesso uno dedicato a cover di brani famosi e l’altro a canzoni inedite. Questa scelta, inconsueta all’epoca, le permette di esplorare in parallelo il patrimonio musicale (italiano e internazionale) e di proporre materiale nuovo, soddisfacendo sia la nostalgia del pubblico sia la propria inesauribile curiosità musicale.
Un esempio è l’album Catene (1984), in cui nel primo disco Mina reinterpreta vecchi successi degli anni ’50-’60 e nel secondo presenta pezzi nuovi scritti per lei.
In questo modo Mina trasforma ogni uscita discografica in un evento ricco e sfaccettato, un viaggio sonoro tra passato e presente.
In secondo luogo, Mina negli anni ’80 gioca con la propria immagine in modo sorprendente tramite le copertine dei suoi dischi. Dal momento che non vuole più mostrarsi in foto o in TV, delega alle cover il compito di rappresentarla – e lo fa in modo provocatorio e artistico.
Sotto la direzione della stessa Mina, un team fidato composto dal fotografo Mauro Balletti, dal truccatore Stefano Anselmo e dall’illustratore Gianni Ronco realizza copertine visionarie e fuori dagli schemi (Italysegreta.com). Mina appare truccata e trasformata nei modi più disparati: senza capelli e con testa “mozzata” in Attila (1979), con una folta barba rossiccia in Salomè (1981), oppure sostituendo la sua testa al corpo nudo di un culturista maschio in Rane supreme (1987). Proprio per questo nel nostro articolo ci siamo divertiti a rappresentarla come una novella esploratrice spaziale disegnata da una mangaka giapponese.
Ogni copertina è un’opera d’arte pop, spesso slegata dal contenuto musicale ma perfettamente “minosa” (nel suo rifiuto di essere prevedibile).
Queste scelte estetiche audaci contribuiscono a costruire il mito di Mina negli anni ’80: un’artista sfuggente, quasi “platonica”, che esiste solo attraverso la sua voce e le sue invenzioni visive, alimentando la curiosità dei fan.
Dal punto di vista musicale, gli ’80 rappresentano forse il periodo più eclettico e sperimentale di Mina. Pur restando fedele alla melodia e alla canzone d’autore, Mina sperimenta con arrangiamenti rock, sonorità elettroniche e influenze internazionali come mai prima.
Ad esempio, apre gli anni ’80 flirtando con il rock e la disco (Kyrie, 1980), per poi cimentarsi nel filone adult contemporary e persino nel pop elettronico di metà decennio.
Questa capacità di anticipare le tendenze – di fatto Mina precorre alcuni tratti del pop moderno – farà scuola, come vedremo in dettaglio più avanti.
Gli anni ’80 sono fondamentali perché Mina riesce nell’impresa di reinventarsi senza mai snaturarsi: priva del personaggio televisivo, si concentra sull’essenza della sua arte (la voce e la musica), ma trova modi nuovi all’avanguardia per far parlare di sé, influenzando il corso del pop italiano.
Andiamo ora a scoprire album per album come si è manifestata questa rivoluzione “silenziosa”. Ma graffiante come la zampata di una tigre.
Kyrie (1980) – L’inizio di una nuova era rock
Il primo album in studio di Mina dopo il ritiro dalle scene è Kýrie, pubblicato il 27 novembre 1980.
Si tratta di un doppio album di 16 tracce che segna già una svolta evidente: su Kyrie Mina “sperimenta vari generi, specialmente il rock”, cosa insolita per un’interprete famosa per le ballate melodiche. I
l risultato è un disco sorprendente, energico, in cui la voce camaleontica di Mina affronta chitarre elettriche e ritmi sostenuti senza perdere un briciolo di intensità.
Brani come Musica (che apre l’album) hanno sonorità rarefatte quasi futuristiche, con uso di sintetizzatori e atmosfere sperimentali; subito dopo però troviamo la Mina graffiante che rifà You Keep Me Hangin’ On delle Supremes in una versione ruvida, rock-blues. Questa miscela eterogenea spiazza certi critici dell’epoca, ma oggi appare lungimirante.
Il pubblico accolse Kyrie in modo tiepido rispetto ai trionfi passati: l’album raggiunse solo il 9º posto in classifica, il piazzamento più basso di sempre per un disco di inediti di Mina fino ad allora.
Con il senno di poi, però, Kyrie viene rivalutato come piccolo culto: nel 2018 Rolling Stone Italia l’ha inserito tra i 10 album più sottovalutati di Mina, a conferma che la sua audacia meritava maggior riconoscimento.
Curiosamente la copertina di Kyrie conteneva già un easter egg: Mina non volle apparire in foto e ideò un’immagine con un portiere di hockey su ghiaccio. L’equipaggiamento però non entrava al modello ingaggiato, così fu reclutato in extremis il figlio diciassettenne di Mina, Massimiliano Pani, che posò con casco e maschera da goalie (il volto è appena visibile).
Un tocco di ironia famigliare per introdurre questo album di rottura.
Kyrie segna l’inizio della “fase anni ’80” di Mina: sperimentale, spiazzante e profondamente libera.
La cantante Mina dimostra di non temere nuove strade sonore, pur di rimanere fedele a se stessa.
Salomè (1981) – La provocazione in barba ai benpensanti
Nel 1981 Mina rilancia subito con un progetto ambizioso: Salomè, uscito a novembre, è un altro doppi album di 18 tracce.
Il disco prende il nome dalla figura biblica di Salomè, ma la vera provocazione è in copertina: Mina appare truccata con una lunga barba fluente color rame, abbinata ai suoi capelli – uno scatto incredibile firmato Mauro Balletti.
All’epoca fece scalpore: qualcuno sui giornali insinuò che Mina fosse “impazzita” a farsi ritrarre con la barba.
In realtà l’idea – eseguita con una protesi posticcia creata su misura a Torino – era la solita, irriverente Mina che sfida le aspettative di femminilità convenzionale: “perché no?”, fu la sua unica spiegazione.
Vera o finta follia che fosse, la barba di Salomè divenne iconica e diede ulteriore aura di mistero all’artista.
Musicalmente Salomè è un lavoro ricchissimo ed eclettico. È l’ultimo album che Mina registra nello studio “La Basilica” di Milano, e segna anche la sua espansione verso il mercato estero. Il disco venne pubblicato, in versioni parziali, anche in Spagna, Turchia e Giappone – segno che Mina, pur nascosta, aveva ancora un forte appeal internazionale.
La scaletta alterna brani in italiano, inglese e spagnolo. Ci sono canzoni raffinate come Tu sarai la mia voce (firmata da Gino Vannelli) e Miele su miele (di Paolo Conte), e rivisitazioni sorprendenti: ad esempio No è la cover di un pezzo del cantautore messicano Armando Manzanero, eseguita da Mina con pathos intenso.
Spicca Espérame en el cielo, bolero in spagnolo che qualche anno dopo verrà utilizzato dal regista Pedro Almodóvar nel film Matador (1986), a testimonianza della cifra cinematografica di certa musica di Mina.
Il singolo trainante Una canzone ottenne un discreto successo in Italia (21º in classifica), e l’album nel complesso arrivò fino al 2º posto della hit-parade settimanale. Salomè conferma dunque Mina al vertice, pur nella sua “latitanza” mediatica: l’artista può permettersi di osare (in copertina e nei generi musicali) e il pubblico la premia comunque, attirato dalla sua qualità interpretativa senza confini.
Catene (1984) – La formula del doppio album e il tuffo nel passato
Dopo un anno di pausa discografica nel 1983 (in cui esce solo la raccolta Del mio meglio n.7 con l’ennesima copertina artistica in stile cubista), Mina torna nel 1984 con Catene. Quest’album è emblematico degli anni ’80 di Mina per diversi motivi.
Innanzitutto consolida la formula “un disco di cover + un disco di inediti” già sperimentata: Catene infatti comprende un primo LP in cui Mina reinterpreta grandi successi del passato (dagli anni ’50 ai ’70) e un secondo LP con nuove canzoni scritte per lei.
Ad esempio, sul Disco 1 Mina rende omaggio a brani come Strangers in the Night (portata al successo da Frank Sinatra) e Banana Boat (Day-O) di Harry Belafonte, passando per Hey Jude dei Beatles e classici italiani come Città vuota e Nessuno in nuove versioni.
Sul Disco 2 invece presenta pezzi originali, tra cui il singolo Comincia tu. Quest’ultimo, scritto dal figlio Massimiliano Pani con Piero Cassano, fu scelto come sigla di un popolare programma RAI (30 anni della nostra storia) dedicato alla musica degli anni ’50-’60.
La presenza di Comincia tu come tema TV segnala un interessante intreccio: Mina, pur non apparendo, partecipava a distanza a queste trasmissioni celebrative fornendo brani in linea col periodo storico trattato.
Catene insomma la vede calarsi nel ruolo di custode della memoria musicale, reinterpretando il passato glorioso della canzone (proprio lei che ne è stata protagonista)e al contempo di protagonista del presente con nuovi brani radiofonici.
Sul piano commerciale Catene andò molto bene: il singolo Comincia tu entrò in top 40 e divenne familiare agli italiani grazie alla TV, e l’LP raggiunse i vertici delle classifiche (Mina in quell’anno risultò l’artista femminile più venduta).
Anche la copertina di Catene merita menzione: dopo tante immagini “mascherate”, qui Mina è riconoscibilissima – il suo volto appare quasi al naturale, seppur raddoppiato in un gioco di specchi chiaroscurale.
Truccata da Anselmo con ciglia finte e ombre pesanti, Mina offre un doppio sguardo intenso in bianco e nero, rievocando il fascino drammatico del cinema espressionista.
È come se Mina dicesse: ora mi vedete, ma in realtà sono sempre sfuggente (due volti, eppure nessuno definitivo).
Catene suggella la maturità di Mina interprete: legata (come da titolo) alle radici della canzone, ma libera di riscriverle a modo suo, con la padronanza e l’ispirazione di chi è all’apice della maturità artistica.
Finalmente ho conosciuto il conte Dracula… (1985) – Mina dark e popolarissima
Dietro il titolo lungo e scherzoso Finalmente ho conosciuto il conte Dracula… (sottotitolo: e subii una colluttazione, spesso omesso) si cela il progetto più imponente di Mina negli ’80.
Pubblicato ad ottobre 1985, questo doppio album contiene ben 19 canzoni ed è il 39º album in studio della carriera di Mina.
Per la prima volta le edizioni in vinile, musicassetta e CD uscirono contemporaneamente – segno di tempi che stavano cambiando anche tecnologicamente. Ma ciò che più conta è il contenuto: Mina qui porta avanti la sua opera di “cronista musicale” dei decenni. L’album nacque in parallelo alla partecipazione di Mina (sempre dietro le quinte) alla terza stagione della trasmissione 30 anni della nostra storia su RAI, focalizzata sui brani internazionali degli anni ’70.
Il Disco 1 è interamente composto da cover di successi anni ’70, soprattutto anglo-americani, che Mina reinterpreta con classe impeccabile: da Just the Way You Are di Billy Joel a My Sharona dei Knack, passando per You’re So Vain di Carly Simon, How Deep Is Your Love dei Bee Gees, fino a Poster di Claudio Baglioni.
C’è anche Killing Me Softly di Roberta Flack, che Mina canta con trasporto soul.
Sul Disco 2 troviamo invece canzoni inedite, molte delle quali destinate a diventare piccoli classici del repertorio “adult” di Mina: per esempio Senza umanità, ballata d’autore intensa e malinconica, oppure Nei miei occhi e Mi mandi rose, melodie avvolgenti che Mina interpreta con profondità emotiva.
L’episodio più celebre dell’album, però, è Questione di feeling: un duetto con Riccardo Cocciante che venne scelto come singolo di lancio.
Il brano – scritto da Mogol e dallo stesso Cocciante – è una slow-tempo soul-pop dal grande respiro, impreziosita dall’incontro tra la voce limpida di Mina e quella graffiata di Cocciante.
Pubblicata nell’autunno 1985, Questione di feeling divenne una hit istantanea e fu utilizzata anche come sigla TV del programma Pentathlon di Mike Bongiorno.
Il successo di questo duetto trascinò l’album Finalmente ho conosciuto il conte Dracula… al 2º posto della classifica italiana e addirittura al 16º posto assoluto tra gli album più venduti del 1985. Un risultato eccellente.
La critica lodò l’operazione, notando la “interessante selezione di brani esteri riproposti e inediti di indiscutibile qualità”, come riportarono le riviste dell’epoca.
Di fatto Mina riuscì a coniugare l’omaggio nostalgico agli anni ’70 con la produzione di nuovi standard.
In più, Questione di feeling dimostrò che anche senza apparire Mina poteva dominare l’airplay radiofonico: bastava la sua voce a catalizzare l’attenzione del pubblico. Finalmente ho conosciuto il conte Dracula… segna il picco del decennio in termini di vendite e popolarità: Mina è onnipresente senza essere visibile, una sorta di leggenda vivente.
Una curiosità: il titolo bizzarro dell’album (che cita il celebre vampiro) non corrisponde a nessuna canzone specifica del disco.
Venne scelto da Mina forse per evocare ironicamente un mondo gotico/fantastico, in linea con la copertina surreale: un collage di immagini in cui Mina, in tenuta da esploratrice safari, campeggia in cima a un dolcetto accanto a un elmetto da vichingo – sì, avete letto bene.
È una delle copertine più strambe, quasi fumettistiche, della sua discografia (opera sempre di Balletti & co.), e testimonia l’inesauribile vena creativa con cui Mina giocava su se stessa.
Persino nel titolo Mina preferisce la via laterale dell’allusione fantastica, invece di intitolare l’LP con il nome di una canzone come da prassi.
Questo alimenta ulteriormente il “culto” attorno alle sue uscite: ogni album di Mina negli ’80 è un evento imprevedibile, non solo un insieme di canzoni. Finalmente ho conosciuto il conte Dracula… resta uno degli esempi migliori di ciò.
Sì, buana (1986) – Mina regina delle classifiche (da dietro le quinte)
Nel 1986 Mina tocca forse l’apice commerciale del decennio con l’album Sì, buana. Uscito in ottobre di quell’anno, Sì, buana debutta direttamente al 1º posto in classifica e risulta uno dei dischi più venduti dell’anno, con oltre 240.000 copie vendute.
Un exploit notevole, considerando che l’artista mancava dalle scene da otto anni: segno che la “fame” di Mina presso il pubblico era tutt’altro che placata.
Ma veniamo alla struttura: anche Sì, buana è un doppio album. Sul primo disco Mina prosegue la collaborazione con la trasmissione 30 anni della nostra storia, interpretando una selezione di cover di celebri brani italiani e internazionali (questa volta dedicati in gran parte agli anni ’60).
Ad esempio duetta con Riccardo Cocciante in Bella senz’anima, reinterpreta Grease dei Bee Gees,
Questo piccolo grande amore, E tu come stai? di Baglioni, Azzurro di Paolo Conte e via dicendo.
C’è perfino Buonasera dottore rifatta con l’attore Francesco Salvi per un tocco di ironia.
Il secondo disco invece offre inediti e nuove collaborazioni: spicca Via di qua, grintoso duetto con Fausto Leali che fu pubblicato come singolo ed ebbe molta rotazione radiofonica.
Altre tracce nuove di Sì, Buana mostrano una Mina in gran forma vocale, capace di toccare sfumature inedite della sua voce – come notarono i critici dell’epoca.
Ad esempio Che nome avrà è un brano dalle atmosfere rarefatte e struggenti, Un cucchiaino di zucchero nel tè flirta con la musica leggera con leggerezza quasi francese, mentre Indifferenza (non inserita nell’LP ma incisa in quel periodo) offre una Mina aggressiva e quasi rock.
La varietà stilistica di Sì, buana impressiona: c’è pop, c’è soul, c’è perfino del jazz accennato in qualche standard.
La critica sottolineò come Mina, in questo settimo anno di ritiro volontario, fosse ormai un caso unico: una cantante isolata nel suo mondo di pura interprete, che continuava imperterrita a sfornare dischi eterogenei e di alto livello. Mentre le nuove leve cercavano spesso concept-album unitari per avere credibilità, Mina andava controcorrente proponendo raccolte di canzoni “slegate” tra loro, unite solo dalla sua personalità vocale multiforme. E il pubblico apprezzava: Sì, buana – titolo ironico che richiama la frase coloniale “Yes, sir” – fu un trionfo.
Era la prova che Mina, pur lontana da TV e foto, regnava ancora nelle classifiche solo grazie alla sua voce. Una sorta di vittoria dello star power sullo strapotere dell’immagine: paradossalmente, nel decennio più visivo (gli ’80 dei videoclip e delle paillettes), la più grande popstar italiana dominava senza farsi vedere, come un’entità vocale sopra le mode.
Rane supreme (1987) – Il corpo di Mina, tra scandalo e cultura pop
Nell’autunno 1987 Mina pubblica Rane supreme, forse l’album più audace a livello visivo e concettuale.
Già il titolo è un gioco di parole che strizza l’occhio al jazz (Crema o Soup supreme? No: Rane, cioè le “frogs” del famoso standard Frog Song – ma qui elevate a rango supremo).
La copertina è entrata nell’immaginario: la testa di Mina truccata, con una lunga treccia, è montata sul corpo nudo e muscoloso di un culturista maschio. Un’immagine shock per il 1987, che generò stupore e qualche polemica.
Mauro Balletti creò il fotomontaggio in modo artigianale, fotografando separatamente Mina e un bodybuilder, e riassemblando il tutto con ritocchi manuali e vernici spry, in un’epoca pre-Photoshop e AI.
Il risultato è così realistico che a prima vista lascia interdetti. “Lo scandalo che ne derivò non fu affatto calcolato” ricorderà anni dopo Balletti; non era una provocazione sessuale alla Madonna, ma un coup de théâtre artistico nel segno dell’astonishment, dello sbalordimento surreale.
Mina come una sorta di creatura mitologica mezza donna e mezzo uomo palestrato: un modo scherzoso per giocare ancor una volta con la propria immagine (scomparsa come identità femminile riconoscibile, riapparsa come collage postmoderno).
E la musica? Rane supreme prosegue la formula consolidata: un mix di cover scelte con gusto e inediti intriganti.
Nel Disco 1 Mina affronta, tra le altre, Careless Whisper di George Michael, Gloria (la hit di Umberto Tozzi) cantata in spagnolo (Luna lunera), My Cherie Amour di Stevie Wonder e Sorry Seems To Be the Hardest Word di Elton John.
Tutte interpretazioni raffinate, in cui Mina adatta la sua voce ai vari stili (dal soul al pop internazionale) con naturalezza.
Nel Disco 2 troviamo nuove canzoni scritte per lei, ad esempio Ti accetto, Proprio come sei e Il giocattolo, che mettono in luce il lato più intimo e introspettivo della cantante. Sono brani meno immediati forse, ma che crescono ascolto dopo ascolto – come nota anche un fan autorevole: “nell’insieme si apprezzano meglio a ogni nuovo ascolto, alcune sono complesse” scrisse Flavio Merkel sul Mina Fan Club parlando degli inediti di Rane supreme.
Dal punto di vista del mercato, Rane supreme raggiunge la 5ª posizione in classifica, confermando la costante presenza di Mina nella top ten di fine decennio.
Col senno di poi, l’album è ricordato soprattutto per la sua iconografia audace: quell’immagine “ibrida” di Mina anticipa certe riflessioni sull’identità di genere e sul corpo che diventeranno comuni solo decenni dopo.
Ma Mina, ovviamente, lo fa a modo suo, senza proclami – anzi con un sorriso enigmatico dietro la maschera (sulla cover ha metà viso coperto da una mascherina nera). Rane supreme è Mina in stato di grazia pop, capace di trasformare anche un album di transizione in un pezzo di cultura pop italiana. E chissà, forse con un pizzico di ironia “anfibia”: la Tigre di Cremona qui per una volta diventa… rana, ma sempre suprema!
Ridi pagliaccio (1988) – L’apice del concept e l’anniversario in maschera
Nel 1988 Mina festeggia simbolicamente i 30 anni di carriera (1958-1988) con l’album Ridi pagliaccio.
Il titolo cita l’aria Vesti la giubba dall’opera Pagliacci di Leoncavallo (“Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore infranto…”), e infatti nel disco Mina ne include una breve versione da 2 minuti – quasi un omaggio all’opera e insieme un autoritratto velato: l’artista che sorride e fa sorridere il pubblico mentre magari cela la propria malinconia. Ridi pagliaccio è un doppio album pubblicato il 20 ottobre 1988, ancora suddiviso in Vol.1 e Vol.2.
Sul Vol.1 Mina affronta cover e brani editi: è impressionante vedere la tracklist che passa da Into the Groove di Madonna a Canzoni stonate (portata al successo da Gianni Morandi), da standard jazz come Moody’s Mood alla celebre I Left My Heart in San Francisco. C’è persino Noi due nel mondo e nell’anima dei Pooh rifatta in chiave sofisticata.
Mina dimostra di saper prendere hit contemporanee (all’epoca Madonna era al top) e farle sue, con arrangiamenti curati (qui lavorano anche giovani come Celso Valli e Massimiliano Pani).
Sul Vol.2 troviamo soprattutto brani inediti in italiano, tra cui spiccano Lui, lui, lui e Cuore, amore, cuore, pezzi pop ben costruiti, e soprattutto Il portiere di notte, canzone ispirata nell’atmosfera al film omonimo (un brano scritto da Enrico Ruggeri) che aggiunge un tocco noir al repertorio di Mina. Il portiere di notte apre il secondo volume e col suo testo misterioso e la melodia incalzante crea un’atmosfera inquieta, da colonna sonora – un lato di Mina non frequentissimo, quello thriller. L’album si chiude con Acqua e sale – no, scherziamo: quello sarà negli anni ’90 con Celentano.
In realtà Ridi pagliaccio si chiude con Un tipo indipendente e Datemi della musica, brani leggeri che stemperano ogni tensione in un sorriso.
Il successo di Ridi pagliaccio fu notevole: l’album debuttò in top5 e salì fino al 2º posto, restandoci per settimane e complessivamente rimase in Top10 per quasi quattro mesi.
Considerando che si trattava del decimo album di Mina in dieci anni di assenza dalle scene, è una tenuta di mercato impressionante, segno di una fanbase fedelissima e di nuove generazioni che scoprivano Mina attraverso i suoi dischi.
Ridi pagliaccio è ricordato soprattutto per la sua copertina iconica e folle: una Mina in posa frontale, occhi chiusi e trucco drammatico, sfoggia sulla testa una stravagante torta di compleanno al posto dei capelli, con tanto di candeline e ciliegine!.
Un’immagine surreale, a metà fra il clownesco e il pop-art, fotografata da Balletti. Questa cover riassume perfettamente lo spirito di Mina anni ’80: autoironica, teatrale, camp al punto giusto.
È come se Mina celebrasse i suoi 30 anni di musica con una torta in testa, dicendoci: “lo so, è buffo non vedermi in volto davvero, ma rido anch’io di questa mascherata”. Del resto, la scelta del clown triste come simbolo sembra alludere alla sua condizione di artista lontana dal pubblico: “Ridi, Pagliaccio, sul tuo amor spezzato”. Mina ride e fa ridere, ma a modo suo, senza mai tornare sui suoi passi riguardo all’isolamento. Ridi pagliaccio fu l’ultimo album degli anni ’80 e chiuse il decennio con un grande applauso immaginario, quello del pubblico che ancora batteva mani e piedi per lei, come ricordava il figlio Massimiliano pensando ai concerti della Bussola (bigodino.it), anche se ora l’applauso era tutto per i suoi dischi.
Uiallalla (1989) – L’ultima perla degli ’80 e la doppia anima di Mina
A ottobre 1989 Mina pubblica Uiallalla, salutando il decennio con uno dei suoi album più ricchi e particolari.
Il titolo, insolito e onomatopeico, evoca un’esclamazione di gioia meridionale (“uiallà!”): un suono di festa quasi carnascialesca. Uiallalla è un doppio album disponibile in un unico cofanetto (non spezzato in volumi separati), come a sottolineare la unitarietà del progetto.
L’idea di base infatti è chiara: Disco 1 dedicato a cover sceltissime e Disco 2 di inediti.
Sul primo disco Mina interpreta capolavori della canzone d’autore e pop internazionale, con un filo conduttore nostalgico: ad esempio un medley che unisce Les cornichons (brano umoristico francese) con Angelitos negros (canzone latinoamericana), la beatlesiana Oh! Darling, When Your Lover Has Gone (standard jazz) e Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi di Battisti.
C’è anche Sarà per te di Francesco Nuti e Una lunga storia d’amore di Gino Paoli – insomma, Mina attinge a piene mani da repertori vari arricchendoli della sua voce matura.
Sul secondo disco invece presenta dieci brani nuovi, scritti in buona parte da autori contemporanei (Massimiliano Pani, Giorgio Calabrese, etc.).
Queste canzoni originali mostrano una Mina ispiratissima e versatile: Tre volte sì è un pezzo trascinante e liberatorio (definito “coinvolgente e maestoso” dai fan club, e considerato “la canzone più minosa del doppio”), La montagna è un brano dall’atmosfera surreale e magica che molti hanno definito un piccolo capolavoro emotivo, Che nome avrà e Uscita 29 sono ballate intime, sussurrate con malinconia (quest’ultima con “atmosfere raffinatamente intimiste” che ricordano la Mina di fine ’60), Bachelite sorprende con ironia pungente su un tema serio.
Gli inediti di Uiallalla rappresentano il vertice artistico della Mina anni ’80, capaci di sintetizzare divertimento e dramma, leggerezza e introspezione in un unico flusso – “una multidimensione divertita e drammatica” come scrisse un critico fan, sottolineando come Mina fosse forse l’unica interprete pura a potersi permettere dischi così vari.
Il disco fu accolto con ottime critiche; anche il pubblico rispose bene: Uiallalla raggiunse il 4º posto in hit-parade e rimase in classifica a lungo, risultando un’altra prova di fedeltà a Mina.
Da notare che Uiallalla fu il primo album di Mina in cui la divisione tra cover e inediti era esplicita (lato A e B completamente di cover, lato C e D di inediti), e nonostante ciò l’album aveva una sua coesione interna forte.
Alcuni notarono dei parallelismi con Kyrie (per via dell’eterogeneità), ma come scrisse un fan clubber “i paragoni con Kyrie mi sembrano impertinenti” perché Uiallalla ha un’identità propria ben definita.
Forse l’unico difetto lamentato da qualcuno fu la mancanza di un filo conduttore tematico, ma, come già detto, Mina è il filo conduttore con la sua vocalità, e la sua missione non era certo fare concept album, bensì cantare belle canzoni. E su Uiallalla ce ne sono in abbondanza.
Per chiudere, una parola sulla copertina di Uiallalla: dopo le cover “di sfondamento” e clamorose di Rane supreme e Ridi pagliaccio, qui Mina opta per qualcosa di più sobrio e anonimamente stupefacente. La copertina (foto di Mauro Balletti) la mostra in piedi, figura intera – finalmente Mina in carne e ossa anche se stilizzata – vestita di nero, quasi un’ombra, su sfondo scuro.
Niente trucchi estremi, niente teste mozzate o torte in testa: una scelta di decentramento dell’attenzione dopo tante provocazioni visive.
È come se Mina, giunta a fine decennio, volesse riportare il focus solo sulla musica. Infatti la confezione dell’LP era lussuosa, con doppio inserto fotografico, come a coccolare il pubblico affezionato senza bisogno di shock. Uiallalla rappresenta dunque la degna conclusione degli anni ’80 di Mina: un decennio in cui l’artista ha saputo urlare in silenzio, rivoluzionare il pop italiano standosene chiusa in studio, lontana dai riflettori ma vicinissima al cuore del pubblico.
La musica di Mina negli anni ’80 ha anticipato il pop degli anni 2020

Può sembrare ardito dirlo, ma diversi aspetti dell’approccio di Mina negli anni ’80 hanno anticipato tendenze del pop moderno, italiano e non solo, manifestatesi molti anni dopo. Proviamo a evidenziarne alcuni:
- L’idea dell’artista misterioso/a e ritirato/a dalla scena: Oggi non è raro che popstar internazionali creino aura di mistero comparendo raramente (si pensi a fenomeni come Sia, che indossa parrucche per non mostrarsi, o a Daft Punk e Liberato, celati da caschi e anonimato). Ebbene, Mina lo ha fatto per prima su larga scala: già dagli ’80 era una leggenda intoccabile, di cui uscivano solo dischi e qualche intervista scritta, senza video né tour. Questo marketing dell’assenza – se così vogliamo chiamarlo – ha tenuto alta l’attenzione su di lei ed è qualcosa che molti artisti contemporanei usano per alimentare curiosità. Mina dimostrò che si può essere rilevanti anche senza sovraesposizione mediatica, privilegiando la qualità artistica sulla quantità di apparizioni. In un certo senso, ha anticipato l’attitudine “less is more” nella gestione della propria immagine, in contrasto con la bulimia di visibilità tipica dello showbiz.
- La reinvenzione visiva continua: Oggi è prassi per le grandi popstar (Madonna, Lady Gaga, Beyoncé) cambiare look e persona a ogni era discografica, utilizzando forti concetti visivi per gli album. Mina l’aveva fatto già negli anni ’60 su scala nazionale, ma negli ’80 – pur non apparendo in video – trasferì questa reinvenzione sulle cover e sullo stile musicale. Ogni suo album aveva un concept visivo diverso e un mix sonoro differente. Questo precorre la logica del concept album multimediale che sarebbe esplosa più tardi. Si può dire che Mina fu un’antesignana del pop star inteso come opera d’arte totale (musica + immagine + messaggio). La citazione di generi e simboli (dal clown alla cultura fisica, dal kitsch anni ’50 al cubismo) nelle sue copertine mostra una consapevolezza postmoderna degna di artisti arrivati molto dopo.
- La mescolanza di generi e l’operazione nostalgia: Negli anni 2020 la musica pop vive di revival e contaminazioni – ad esempio i dischi pop attuali spesso includono sample di hit anni ’80-’90, le star incidono album di cover o standard jazz (si pensi a Lady Gaga con Cheek to Cheek), gli album “deluxe” escono con 20-30 tracce e includono di tutto. Mina faceva già questo negli ’80: i suoi doppi album erano dei playlist ante litteram, dove potevi trovare il classico napoletano accanto al rock internazionale, la ballata in dialetto accanto al pezzo dance (Morirò per te, 1982, fu addirittura un brano disco entrato nelle classifiche dance USA). Questa capacità di abbattere le barriere di genere e di proporre repertori vintage ai giovani è qualcosa che oggi vediamo ovunque (basti pensare ai talent show pieni di cover d’epoca, o ai duetti “giovani vs big” a Sanremo). Mina in un certo senso anticipò la nostalgia pop odierna, sdoganando l’idea che canzoni del passato potessero convivere fianco a fianco con i suoni moderni in un album mainstream. Non solo: lavorando su brani altrui con rispetto ma anche originalità, ha forse ispirato la corrente contemporanea di cover “reinventate” e album tributo che proliferano nel mercato.
- L’indipendenza artistica e produttiva: Oggi molti artisti rivendicano il controllo sulle proprie produzioni (chi fonda etichette proprie, chi pubblica da indie, chi produce in casa). Mina lo faceva già allora: incideva gli album nei suoi studi di Lugano, li pubblicava con la propria etichetta PDU e ne curava ogni aspetto creativo. Era una one-woman-company quando ancora era raro. Questo spirito indipendente ha anticipato il modo in cui tanti artisti italiani moderni (da Tiziano Ferro a Caparezza) cercano autonomia dalle major. Mina dimostrò che potevi vendere centinaia di migliaia di copie anche autoproducendoti, se avevi il talento e una visione.
- Il doppio album e l’abbondanza di materiale: Negli anni ’80 i doppi album di inediti non erano comuni nel pop. Mina invece ne fece ben 5 in quel decennio. Oggi, nell’era dello streaming, è tornata di moda l’idea di pubblicare album molto lunghi o doppie versioni per massimizzare la presenza in classifica (bonus tracks, side A/side B, ecc.). In un certo senso Mina aveva precorso i tempi anche qui, offrendo ai fan più musica possibile. Ovviamente per lei non era calcolo di algoritmi, ma un’esigenza espressiva ed anche commerciale (due LP al prezzo di uno, una generosità verso il pubblico). Fatto sta che questa profusione di contenuti oggi è la norma (album da 25 tracce di artiste come Taylor Swift o 3 album in un anno di certi rapper) – Mina ne fu antesignana, sfornando una quantità enorme di brani negli ’80, con la differenza che in Mina quantità faceva sempre rima con qualità.
- L’influenza sulle voci moderne: Infine, va detto che Mina è stata la voce di riferimento per generazioni di cantanti italiane, e negli anni ’80 la sua vocalità “liberata” (nel senso che non dovendo più esibirsi dal vivo, poteva osare qualsiasi acrobazia in studio) ha posto degli standard quasi irraggiungibili. Cantanti moderne come Giorgia, Elisa, Laura Pausini hanno più volte citato Mina come modello per l’uso dell’estensione e le dinamiche interpretative. Nei suoi album ’80 Mina sperimenta sovraincisioni vocali, cori da sola, cambi di registro improvvisi (Voglio stare bene in Kyrie ha passaggi quasi operatic mischiati al rock) – tutte cose che oggi nel pop internazionale sono diffuse (l’uso estremo della voce come strumento, pensiamo a Ariana Grande o Dimash in campo internazionale). Mina è stata un’antesignana anche in questo: ha mostrato quanto si potesse spingere avanti la vocal performance dentro una canzone pop senza tradirne l’emozione. I suoi gorgheggi, sussurri e ruggiti negli anni ’80 (registrati splendidamente) hanno fatto scuola nella produzione vocale odierna, dove spesso si cerca proprio quell’equilibrio tra tecnica e sentimento di cui Mina è maestra.
Mina negli anni ’80 ha anticipato aspetti fondamentali del pop odierno: la creazione del personaggio artistico multi-sfaccettato, la fusione di epoche e generi, l’indipendenza creativa e la sacralità della musica sopra l’immagine. Tutto questo fatto in tempi non sospetti, da una diva che aveva già conquistato tutto ma non si era accontentata di riposare sugli allori.
Il pop italiano moderno – che oggi cerca di mescolare tradizione melodica e spinte internazionali, immagine e sostanza – può guardare a quell’epoca di Mina e trovare molte intuizioni precorritrici.
Del resto, come ha scritto Marinella Venegoni, Mina è stata ed è un’idea platonica di artista, che si materializza solo con l’immenso repertorio di oltre 120 album: un mito fluido che attraversa il tempo. E un mito, per definizione, è sempre avanti rispetto al presente.
Extra: le 10 canzoni anni ’80 più inquietanti di Mina
Gli anni ’80 di Mina non furono solo colori pastello e spensieratezza pop: nella sua sterminata produzione del periodo ci sono anche brani dai toni cupi, strani, perfino inquietanti per atmosfere o tematiche. Ecco dieci canzoni degli ’80 in cui Mina esplora il lato più oscuro o bizzarro, capaci di affascinare e inquietare allo stesso tempo:
- “Das Kind ist in dem Teller” (1988) – Il titolo in tedesco significa “Il bambino è nel piatto”: un brevissimo intermezzo (1 minuto) incluso in Ridi pagliaccio, composto dal figlio Massimiliano. Suoni sperimentali e un titolo macabro che evoca scenari fiabeschi alla Grimm, rende questo pezzo un piccolo alieno nella discografia, decisamente spiazzante.
- “Ridi pagliaccio” (1988) – Mina che interpreta l’aria del Pagliaccio di Leoncavallo è già di per sé inquietante: la risata amara del clown risuona nella sua voce in modo quasi fantasmatico. Un momento teatrale che dura poco più di due minuti ma lascia i brividi, aprendo le porte a un mondo da incubo circense.
- “L’ultimo gesto di un clown” (1988) – Tratta sempre da Ridi pagliaccio, è una canzone inedita dall’arrangiamento drammatico e dal testo malinconico. Racconta la storia di un clown al tramonto, in una metafora della fine di un amore (o di una carriera). L’ambientazione circense e la melodia minore la rendono velatamente inquietante, come il sorriso triste di un pagliaccio che cela le lacrime.
- “Senza umanità” (1985) – Il titolo dice tutto: senza umanità. Brano originale da Dracula, ha un’atmosfera notturna, quasi dark. Mina la interpreta con voce sofferta, e il testo parla di sentimenti gelidi e disillusione. Una sorta di tango lento e sinistro che affiora in mezzo all’album e lascia una sensazione di inquietudine, come vagare in una città deserta.
- “Il portiere di notte” (1988) – Ispirata all’omonimo film culto, questa canzone (firmata Ruggeri) è permeata di mistero. Mina sussurra di stanze d’albergo e di figure nell’ombra, evocando un mondo torbido. Musicalmente mescola pop e jazz in tonalità minore, creando un effetto noir. Ascoltandola, sembra quasi di vedere le scene in bianco e nero di un thriller anni ’70: decisamente creepy chic.
- “La montagna” (1989) – Un brano degli inediti di Uiallalla caratterizzato da una surreale poesia. La musica ha qualcosa di ipnotico: arrangiamento etereo, progressione armonica insolita. Mina canta di una montagna e di un viaggio metaforico, con una melodia sospesa. La surrealità di questo pezzo – che i fan hanno definito “un inatteso capolavoro emozionale” – lo rende inquietante in senso buono: è come un sogno strano da cui ci si risveglia frastornati.
- “Uscita 29” (1989) – Sempre da Uiallalla, Uscita 29 è una ballata notturna, fatta di elettronica soft e sassofono, in cui Mina adopera un registro vocale sottile e malinconico. Parla di un’uscita autostradale, metafora di un addio o di un incontro mancato. La tristezza pensosa e sussurrata della voce di Mina qui è quasi spettrale, da ascoltare a luci spente per farsi venire un piccolo magone inquieto.
- “Che nome avrà” (1989) – Un’altra perla di Uiallalla, dall’atmosfera sospesa. Il testo si interroga sul futuro, “che nome avrà il nostro amore?”, e la musica è lenta, rarefatta. Mina la canta con delicatezza ma anche con un’ombra di angoscia. Il risultato è un brano dolce-amaro, in cui si percepisce uno stato d’animo incerto e leggermente ansioso: inquietudine romantica, potremmo dire.
- “Spara” (1985) – Dal disco Dracula, Spara ha un titolo aggressivo e un ritmo incalzante. Parla in modo metaforico di “sparare” sui ricordi o sui sentimenti che fanno soffrire. L’arrangiamento anni ’80 con batteria elettronica e chitarre crea un mood teso. È inquietante perché Mina qui suona inusualmente dura, quasi arrabbiata – un’emozione che raramente esprime così esplicitamente. Un brano che colpisce come un colpo (nomen omen) e lascia una scia di tensione.
- “Dalai” (1988) – Strana canzone inserita nel secondo volume di Ridi pagliaccio: Dalai è firmata Massimiliano Pani e ha sonorità quasi da rituale tribale/pop. Il testo è ermetico, ripete questa parola “Dalai” evocando forse il Dalai Lama o un mantra orientale. L’andamento ipnotico e il coro ossessivo in sottofondo creano un effetto straniante. È una piccola chicca sperimentale che può lasciare perplessi: perfetta per chi cerca in Mina anche i momenti più outsider e curiosi.
Ovviamente, “inquietante” nel mondo di Mina non significa mai gratuito o sgradevole: anzi, questi brani dimostrano la sua capacità di esplorare anche emozioni meno solari e di creare suggestioni insolite nell’ascoltatore.
D’altronde Mina è Maestra anche del brivido sottile, quando vuole.
Mina oggi: vita privata e curiosità

Dopo aver attraversato gli anni ’80 rivoluzionando a modo suo il pop, come vive Mina oggi? La leggendaria Tigre di Cremona ha ormai 85 anni (essendo nata nel 1940) ma continua a ruggire in studio.
Dal 2000 Mina abita stabilmente a Lugano, in Svizzera, paese d’origine del suo compagno storico e oggi marito.
Mina conduce una vita lontanissima dai clamori: niente apparizioni pubbliche, niente social network personali, comunicazione ridotta all’osso, eppure la sua presenza aleggia costantemente sulla musica italiana.
Ogni anno o due Mina pubblica un nuovo album (spesso in collaborazione, ad esempio MinaCelentano con Adriano Celentano nel 1998 e di nuovo nel 2016, oppure Mina Fossati con Ivano Fossati nel 2019), a dimostrazione che la sua voce è ancora attiva e amata.
Mina si concede solo alla sua arte, rifiutando ostinatamente interviste televisive o altro: l’ultima apparizione in video rimane quella del 1978. La cosa incredibile è che questa scelta non ha fatto che alimentare la sua leggenda.
Oggi Mina viene riconosciuta da pubblico e critica come la più grande cantante italiana di sempre, un monumento vivente la cui riservatezza quasi monacale non fa che aumentare il rispetto nei suoi confronti.
Mina è sempre qui, anche se non la vediamo. Per un po’ di tempo ha scritto una rubrica di posta su un quotidiano, ha doppiato un film (Sing, 2016, dando voce a un elefante cantante, che ironia!) e soprattutto segue da vicino la sua produzione musicale insieme al figlio Massimiliano Pani, suo produttore discografico da decenni.
Come vive Mina oggi? Serenamente, a quanto riferiscono i familiari: le sue giornate scorrono fra le persone a lei care, appassionate letture, sessioni di registrazione nel suo studio privato a Lugano.
Per inciso, Mina si è sposata nel 2006 con il compagno di lungo corso, il cardiologo ticinese Eugenio Quaini.
I due stavano insieme fin dagli anni ’80 e decisero di formalizzare il legame con una cerimonia privatissima (pochi invitati e niente clamore mediatico).
Da allora Mina è ufficialmente “Mina Mazzini Quaini” all’anagrafe svizzera, anche se per il mondo resta semplicemente Mina.
Quaini, che è più giovane di lei di qualche anno, le è stato accanto con discrezione, tenendola lontana dai flash, proprio come Mina desiderava.
Per quanto riguarda la famiglia, Mina è anche madre e nonna.
Quanti figli ha Mina? Ha avuto due figli. Il primogenito è Massimiliano Pani, nato nel 1963 dalla relazione con Corrado Pani. Massimiliano, oggi produttore affermato, ha dato a Mina anche due nipoti, rendendola bisnonna qualche anno fa (cosa che l’ha divertita molto: una bisnonna ancora in classifica!).
La seconda figlia è Benedetta Mazzini, nata nel 1971 dal matrimonio di Mina con il giornalista Virgilio Crocco. Benedetta ha tentato la strada dello spettacolo come attrice e presentatrice e per quanto preferisca la privacy come la madre, ogni tanto compare in TV o sui social a ricordare a tutti di essere “la figlia di Mina” con orgoglio.
Mina è molto legata ai suoi figli – Massimiliano in primis, con cui lavora quotidianamente – e ai nipoti.
Chi la conosce racconta che nella vita di tutti i giorni Mina è una donna tranquilla, allegra nella cerchia ristretta, che cucina, che ama guardare film e ascoltare musica (pare di ogni genere, dalla lirica al rock).
Mina oggi è riuscita in ciò che desiderava: godersi una vita normale lontana dal circo mediatico, senza mai smettere di fare ciò che ama, ovvero cantare.
Nel 2023 Mina ha festeggiato 85 anni e 65 di carriera. La sua voce risuona ancora in nuove canzoni. Ogni volta è un evento.
Rimane un enigma affascinante: è possibile che un’assenza possa rendere un artista ancora più presente nell’immaginario collettivo? A giudicare dall’affetto del pubblico e dall’influenza che la cantante Mina esercita tuttora, si può dire si.
Anche dal suo bunker in Svizzera, La Tigre di Cremona continua a ruggire.




