“Home Sweet Home”: in italiano suona come “Casa dolce casa”, ma certe case è meglio lasciarle chiuse a chiave. O addirittura murate. Perché se ti capita di entrare nella villa maledetta di Sweet Home, capisci subito che l’unica dolcezza è quella del trapasso.
Questo gioco per NES, uscito in Giappone nel 1989 e mai arrivato ufficialmente in Europa, è il vero nonno putrefatto di Resident Evil. La Capcom lo ha sepolto per anni, ma la sua ombra, lunga e viscida, continua ad allungarsi sulla saga horror più famosa dei videogiochi.
Con il tempo sono emersi retroscena e voci di corridoio che collegano direttamente Sweet Home ai capitoli della saga di Resident Evil e perfino a quello che dovrebbe essere l’ultimo della serie: quel Resident Evil Requiem che tanti aspettano come la fine dei tempi.
Ma per capire dove stiamo andando, bisogna guardare dove tutto è cominciato. Ed era l’inferno, sì, ma a 8 bit.
Sweet Home: maledetto gioco per NES
Siamo nel 1989. Capcom, ancora lontana dall’essere la grande software house che conosciamo oggi, decide di realizzare un videogioco tratto da un film horror giapponese diretto da Kiyoshi Kurosawa (sì, proprio quello che poi firmerà capolavori come Cure).
Il gioco si chiama Sweet Home e gira sul caro vecchio NES: niente FMV, niente cutscene, ma un’atmosfera che ti ghiaccia le dita sul pad.
La trama è già da sola un piccolo romanzo gotico: una troupe televisiva entra nella villa di Lady Mamiya per recuperare dei dipinti, ma si ritrova imprigionata da spiriti vendicativi e scheletri di un passato oscuro.
Ogni membro del team ha un’abilità diversa e per sopravvivere bisogna usare intelligenza, strategia e tanto, tantissimo sangue freddo.
Non c’è salvezza per tutti: alcuni possono morire per sempre. E questo ti segna. Come nella vita vera.
I personaggi storici di Sweet Home non sono mai diventati icone pop, ma nella loro pixelata espressività c’era già tutto quel tipo di lore che Capcom avrebbe sviluppato in Resident Evil.
La casa infestata. Le trappole. Le porte che si aprono lentamente con un rumore che ti trancia il fiato. E poi i mostri: deformi, tragici, letali.
Dai retroscena al mito di Resident Evil
Nel 1996 arriva Resident Evil. Il titolo, pare, era già stato pensato come Biohazard, ma per ragioni di copyright in occidente fu ribattezzato con un nome che sembra quasi un’eco sinistra di Sweet Home. Resident. Evil. Maligno inquilino. Casa maledetta. La connessione è lì, come un fantasma sul pianerottolo.
Lo stesso Tokuro Fujiwara, producer di Sweet Home, è tra i padri fondatori del primo Resident Evil, e ha più volte dichiarato che molti schemi di gioco — dalla gestione degli oggetti alla visuale fissa, dal backtracking all’idea stessa di “survival horror” — vengono direttamente da lì.
È come se Sweet Home fosse stato lo storyboard psicotico di ciò che sarebbe diventato uno dei brand più famosi della storia del gaming.
E oggi? Beh, oggi ci troviamo nel mezzo di un’attesa carica di ansia. Si parla da tempo di Resident Evil 9, ma Capcom tace. O meglio: parla per indiscrezioni, mezze frasi, teaser subliminali.
I leak di Dusk Golem, insider ormai più citato di Hideo Kojima nei forum horror, raccontano di un’ambientazione più aperta, nordica, con riti occulti, un Villaggio 2.0 e la possibile presenza di Leon.
Ma adesso qualcosa si muove: il gioco ha finalmente un titolo — Resident Evil Requiem — e soprattutto una data ufficiale di uscita: il 27 febbraio 2026. Il pre-ordine? Aperto dal 29 ottobre 2025, su Steam, PS5, Xbox Series X|S e persino su Switch 2.
Non mancheranno edizioni speciali e bonus esclusivi, già nel mirino dei fan più accaniti.
Qual è il vero volto della paura?
La domanda che ci facciamo tutti, ogni volta che Capcom sforna un nuovo capitolo, è: qual è il Resident Evil più pauroso? Alcuni dicono il primo, con le sue telecamere fisse e i suoni graffiati. Altri il quarto, con la rivoluzione del gameplay. I puristi amano il remake del secondo, perfetto equilibrio tra nostalgia e terrore moderno. Ma se dobbiamo guardare in faccia la paura vera, quella viscerale, disturbante, senza filtri… allora bisogna tornare a Sweet Home.
Non c’erano armi scintillanti. Non c’erano personaggi cool. Solo la morte, l’abbandono, la colpa. Nessun checkpoint. Nessuna pietà.
E allora la vera domanda diventa: qual è il più bel Resident Evil? Forse proprio quello che non si chiama nemmeno così. Forse il più bello è quello nascosto. Quello che vive ancora nel cuore malato di Sweet Home, come una maledizione familiare che nessun reboot potrà mai cancellare.
Requiem per una casa stregata
“Home Sweet Home”, dicevamo all’inizio. Ma in questa storia non c’è nulla di dolce. C’è una casa, sì, ma ha generato incubi, mutazioni, virus e leggende. Una casa da cui è uscita un’intera saga, decine di giochi, film, libri, serie animate e ora anche Resident Evil Requiem, già disponibile in preordine e pronto a chiudere un cerchio di sangue lungo quasi quarant’anni.
Eppure tutto era già lì, in quel piccolo gioco per NES che nessuno, trent’anni fa, avrebbe mai immaginato come l’inizio di tutto.
Come insegna ogni buona storia horror, la paura non nasce dal numero di poligoni o dal fotorealismo: nasce da quello che non possiamo controllare.
A volte, ha la paura ha la forma di una porta che cigola…
…e dietro, la dolce casa dell’orrore ci sta ancora aspettando.




