C’è una scena, verso la fine di Perfect Days di Wim Wenders, in cui il protagonista – un uomo che lava cessi a Tokyo e ascolta solo cassette nel suo furgoncino – sorride, immobile, mentre il mondo fuori sfuma. In sottofondo suona “House of the Rising Sun”.
Quella scena, con quel sorriso, mi è tornata in mente appena ho messo sul piatto il vinile di “Balloon, Balloon, Balloon” degli Sharp Pins. Un disco che, come il film di Wenders, crede ancora nel tempo lento, nei gesti piccoli e nella potenza miracolosa della musica analogica. E lo fa con la faccia da anni ’60 e l’anima smaccatamente da cassette culture anni ’80.
La recensione: Balloon, Balloon, Balloon di Sharp Pins

Ho comprato comprato Balloon, Balloon, Balloon di Sharp Pins d’impulso, lo ammetto. La copertina sembrava uscita da un bootleg dei Beach Boys distribuito per sbaglio dalla storica K Records e il nome mi suonava come un gruppo di bambini mutanti cresciuti in un garage a Olympia. E invece ci ho trovato dentro 21 tracce di pop beatlesiano, sbilenco e lucidissimo, suonato con la grazia di chi sa che la lo-fi non è una scusa, ma una grammatica.
Kai Slater, mente e mani del progetto, è riuscito in qualcosa che pochi riescono a fare: rendere il passato grintoso, urgente, assolutamente contemporaneo. C’è un cuore anni ’60 in tutto l’album (armonizzazioni vocali, riff jangle, coretti da spiaggia indie), ma è cucito su un corpo che pulsa anni ’80 e 2020 insieme. Incredibile!
I brevi inserti parlati, le tracce che collassano in puro rumore, gli interludi registrati in casa: tutto questo è tape culture, è zine, è mondo parallelo.
Considero senza esitazioni Balloon, Balloon, Balloon di Sharp Pins uno dei migliori album del 2025.
Cos’è (e perché torna) la cassette culture

Negli anni ’80, mentre il pop si faceva videoclip e le major puntavano su plastica e perfezione digitale, un esercito di outsider scelse la strada opposta: incidere demo su cassetta, duplicarle a casa, spedirle per posta, distribuirle alle fiere, infilarle nelle zine.
Era la nascita della cassette culture, un movimento parallelo fatto di rumorismo, folk demenziale, new wave fatta col Commodore 64 e messaggi personali registrati come canzoni.
I pionieri? Gente come R. Stevie Moore, i Cleaners from Venus, la Snatch Tapes di Philip Sanderson e naturalmente gli esperimenti dadaisti della scena di Sheffield e Manchester.
Era anche un metodo più che un genere: bastava un registratore, una chitarra e la voglia di creare una realtà a parte.
Oggi tutto questo ritorna. Perché i nostalgici degli anni ’80 non vogliono più solo estetica: cercano il gesto, il formato, il contatto umano e imperfetto.
Non è un caso che Kai Slater e molti altri (penso ai Lifeguard, ai Lawn Chairs, ai Dummy) pubblichino ancora su cassetta o simulino quella grana nel digitale.
La nostalgia è un filtro, sì, ma è anche una mappa.
Una lezione di metodo

Quello che Balloon, Balloon, Balloon insegna non è solo a scrivere belle canzoni. È il modo in cui le canzoni si collegano tra loro, come in un flusso registrato su un Lato A e un Lato B.
È la scelta di non levigare le crepe, ma di dargli lustro, di lasciare che la registrazione mostri le sue cuciture con orgoglio, lucidandole come medaglie.
Come in Perfect Days, in Balloon, Balloon, Balloon tutto sembra parlare sottovoce. Ma se resti ad ascoltare, se ti lasci trasportare, ti accorgi che in quella voce c’è il mondo intero. O almeno quello che ci serve: una via d’uscita alternativa, laterale, grintosa che non passi dalle solite playlist generate da un algoritmo.
Sharp Pins non vuole farti sentire un vero hipster. Vuole farti sentire solo vero.
In questo mondo così ipocrita, trovatemi un gesto più punk di così.
