Quando si viveva l’inizio dell’era di Internet con un floppy in tasca e un modem gracchiante che sembrava parlare in morse, c’era una rete che univa il mondo con la lentezza di una poesia d’altri tempi.
Si chiamava Fidonet, e oggi sembra tirata fuori da un racconto di Stephen King: reale, ma con l’alone di un sogno che potrebbe diventare incubo o salvezza, a seconda di come tira il segnale.
Che cos’è Fidonet?

Fidonet è una rete di comunicazione nata nel 1984 (strana coincidenza col nome di questo sito?), ideata da Tom Jennings, un programmatore californiano con la passione per i modem e la condivisione.
In un’epoca in cui Internet non era ancora diffuso (e per molti era solo il titolo di un film di fantascienza), Fidonet permetteva agli utenti di connettersi fra loro attraverso linee telefoniche analogiche usando dei software chiamati BBS (Bulletin Board Systems).
Le BBS erano dei microcosmi digitali: ci si poteva registrare, lasciare messaggi, partecipare a forum, scaricare software e perfino scambiare file usando tecnologie come Zmodem, Xmodem, Ymodem e altri nomi a dir poco alieni.
Fidonet era il sistema che collegava tra loro le BBS, usando un meccanismo a “store-and-forward”: i messaggi venivano raccolti, compressi, spediti la notte da un nodo all’altro, come lettere nel sacco postale di un pony express elettronico.
Fidonet oltre il Modem: dal CBBS alla Visione di una Comunità Connessa

Per capire davvero cosa abbia rappresentato Fidonet per chi ha vissuto quegli anni, bisogna fare un altro grande salto con la fantasia e immaginare un mondo senza smartphone, ADSL o internet come lo conosciamo oggi: un mondo in cui ogni collegamento era una conquista, ogni messaggio un piccolo telegramma digitale, e ogni utente un pioniere di una comunità nascente.
Prima che esistesse Fidonet, c’erano i CBBS (Computerized Bulletin Board System): bacheche elettroniche autonome a cui ci si poteva collegare, leggere messaggi, lasciare pensieri e scaricare qualche software.
Era come entrare in un bar pieno di sconosciuti curiosi, con la differenza che tutto avveniva attraverso il cicalio di un modem e il bagliore verde di un vecchio monitor CRT.
Nel 1984, Tom Jennings decise di collegare due di queste BBS — il suo Fido#1 a San Francisco e il Fido#2 di John Madill a Baltimora.
Sembrava un semplice esperimento, un modo per vedere se due computer fossero in grado di scambiarsi una posta elettronica tramite modem, una specie di scambio di lettere con il rumore di un telefono.
Ma da quell’idea nacque Fidonet: una rete realmente globale basata su store-and-forward, ossia un meccanismo di consegna messaggi che ricordava il modo in cui una semplice lettera poteva viaggiare di città in città.

La magia di Fidonet non stava solo nella tecnologia in sé (anche se era affascinante vedere come un software su un floppy potesse chiamare un altro sistema dall’altra parte del mondo) ma nella cultura che creò attorno a sé.
Senza pubblicità, senza spam, senza alcuna struttura commerciale, migliaia di appassionati dial-up si scambiavano messaggi, file, chiacchiere e persino software gratuiti (public domain).
In un’epoca in cui una chiamata telefonica fuori area costava un patrimonio, organizzare un “ponte” di comunicazione globale era un atto di ribellione quanto di fiducia nell’altro.
La struttura di Fidonet era gerarchica ma comunitaria. Ogni nodo (una BBS collegata alla rete) aveva un proprio indirizzo sotto forma di numeri separati da due punti e uno slash: zona:net/nodo.
In Italia, ad esempio, la rete era organizzata in vari net e ogni sistema aveva il suo posto nell’albero mondiale.
Questa gerarchia serviva per smistare la posta in modo efficiente e mantenere i costi di collegamento bassi, ma consentiva anche a gruppi di appassionati di gestire conferenze pubbliche (echomail) e aree di discussione che si leggevano come antenati dei moderni forum tematici.
Un esempio storico nel nostro paese fu Fido Potenza, conosciuta anche come South Italy CBBS: il primo nodo Fidonet italiano andato online la sera del 26 dicembre 1984.
Pochi avrebbero immaginato che un’apparecchiatura basata su un clone di PC con 640 KB di RAM e un disco di 20 MB potesse diventare la porta di accesso italiana a questa rete globale.
E forse è proprio qui che si coglie la più grande eredità di Fidonet: la sensazione di comunità, la condivisione gratuita del sapere, la voglia di comunicare oltre i limiti materiali di cavi e tecnologie. Una lezione che ancora oggi, in un mondo saturato da piattaforme commerciali e modelli chiusi, sembra quasi una favola tecnologica.
Le 3 principali tipologie di rete: un salto nel passato
Per comprendere Fidonet, occorre anche distinguere le 3 principali tipologie di rete:
- Rete centralizzata: tutto ruota attorno a un nodo principale (come il classico server-client). Il server è il cuore e il collo di bottiglia;
- Rete decentralizzata: più server, più nodi. Fidonet rientrava qui, come Internet stesso nei suoi primi anni;
- Rete distribuita: ogni nodo è autonomo, come nel caso delle reti peer-to-peer moderne o della blockchain. La più resistente e democratica.
Fidonet era decentralizzata, ma con regole molto precise. Ogni nodo aveva un numero, come un indirizzo.
Cesena, per dire, poteva avere il nodo 2:335/56: un codice segreto che suonava come una formula magica in un mondo senza smartphone.
Un segnale da 5 miliardi di anni luce e una connessione a 14.4k
Sembra impossibile ma mentre oggi ci stupiamo di un segnale laser proveniente da una galassia remota, ricevuto da radiotelescopi che captano il battito del cosmo, nel 1993 la vera emozione era collegarsi via modem a un BBS e leggere un messaggio di un utente canadese. Quella è stata la nostra fantascienza quotidiana: ascoltare il modem con la stessa attenzione con cui oggi ascoltiamo i suoni dello spazio profondo.
Un fischio, un fruscio, un sibilo: la musica dell’ADSL che sarebbe arrivata di lì a poco.
Romagna, floppy e nostalgia
In Romagna, tra una piadina estemporanea e una partita al bar al cabinato di Pac-Man, Fidonet era il ponte segreto tra nerd, smanettoni, sognatori e futuri ingegneri informatici.
I floppy venivano spacciati tra la tasca di un giubbotto e uno zaino Invicta come manoscritti medievali, con software compressi in .zip e .arj e una cultura che stava nascendo dal basso, con la stessa ingenuità e bellezza delle prime fanzine punk.
Se Stranger Things ha fatto sognare un’intera generazione con le sue biciclette, le luci natalizie appese alle pareti e i walkie talkie, Fidonet era il suo corrispettivo tecnologico.
Fidonet era il vero “sottosopra” di Internet: un luogo dove il tempo aveva un’altra consistenza.
Aspettavi una risposta a un messaggio per giorni, come si aspettava una lettera o una cartolina. Non c’era bisogno di notifiche push, bastava la fantasia.
Quando sono arrivati i primi lettori MP3, la nostra fame di novità sembrava inarrestabile. Ma chi ha vissuto Fidonet sapeva che la vera meraviglia era racchiusa in un tempo alterato, che scorreva incredibilmente piano.
Il tempo dell’attesa. Il tempo di una canzone dei Joy Division che passava da una playlist in una BBS romagnola a un’altra, sotto formato .mid o al massimo .mod. Era un tempo a suo modo più autentico, analogico, eppure più umano.
Il software come atto d’amore
Chi scriveva un software e lo condivideva su Fidonet non cercava fama o denaro. C’era in ballo una forma di altruismo creativo.
Si programmava per migliorare la rete, per condividere qualcosa che potesse aiutare gli altri.
Un gesto semplice, che oggi si è perso in un mare di app con abbonamenti mensili e IA che ti propongono prestazioni competitive solo in cambio di vile denaro.
Ricordi di una rivoluzione silenziosa
Oggi ricordiamo Fidonet con nostalgia. Come si ricorda la prima bicicletta, il primo bacio, il primo joystick spaccato dopo una sconfitta a Space Invaders. Non era una rete perfetta, ma era reale.
Era una rivoluzione silenziosa che ci ha portato fin qui, tra TikTok e algoritmi, a chiederci se ci è rimasto qualcosa di quel mondo senza smartphone.
La bellezza ha un segnale fragile
C’è qualcosa di poetico in un segnale debole che attraversa la notte per arrivare, anche solo per un secondo, a un altro essere umano.
Fidonet era questo: un sussurro tra modem. Un battito di ciglia tra galassie. Un saluto mandato a caso, sperando che qualcuno lo leggesse.
Oggi possiamo parlare con l’intelligenza artificiale, ma ci manca la magia di una frase scritta da un ragazzo (o una ragazza) che si firmava solo: “The CyberTardis“.
Pensi che Fidonet sia solo roba per dinosauri? Fai un piccolo esperimento: stacca il Wi-Fi, spegni lo smartphone, prendi un floppy (se ne trovi uno) e prova a immaginare un mondo dove le parole viaggiano più lente della luce. Potresti scoprire che non è poi così male.
Anzi, magari è proprio da lì che arriverà il prossimo potentissimo segnale.




