Cosa rappresentarono Bo e Luke di Hazzard in Italia nei gloriosi Anni ‘8’? Erano una sirena che urlava libertà dalle tapparelle abbassate dei pomeriggi d’infanzia, un rombo arancione che bucava l’inerzia delle ore passate tra compiti, succhi di frutta Billy e pubblicità di merendine del Mulino Biancco.
Era la fine del settembre 1981, precisamente il 30 settembre, e Canale 5 era pronta a spararli nei salotti degli italiani: due cugini con la faccia da bravi ragazzi e il piede pesante, John Schneider e Tom Wopat, infilati nei jeans più stretti del palinsesto, pronti a sfidare sceriffi e gravità senza mai spettinarsi. Non recitavano: fuggivano. E noi con loro.
Bo e Luke vivevano insieme alla cugina Daisy Duke e allo zio Jesse nella contea di Hazzard, in Georgia, un posto che sembrava costruito da un bambino con in testa solo curve, salti e gran polveroni.
La serie raccontava le loro disavventure settimanali, in cui i due cugini sfuggivano ogni volta ai piani corrotti del commissario Boss Hogg e dello sceriffo Rosco, cercando di proteggere la loro famiglia e il buon nome dei Duke.
Ogni episodio era un mix di inseguimenti, trappole, equivoci e acrobazie automobilistiche, ma sotto la superficie scanzonata batteva il cuore di una ribellione semplice e genuina contro il potere ottuso e la burocrazia cafona.
Il Generale Lee, la loro Dodge Charger del 1969, non era un’auto: era un proiettile pittato col tricolore sbagliato e l’anima da chitarrista country, diventato subito mito da scaffale: modellini, figurine, pistole giocattolo.
E poi i gadget veri: zainetti arancioni con Bo e Luke stampati come santi da processione texana, action figure Mego articolate che si rompevano dopo quattro capriole sul pavimento, giocattoli a frizione da tirare indietro col dito e lasciar scattare come aerei da portaerei domestica. E ancora: orologi LED, View-Master con le bobine della contea di Hazzard, carte da gioco, decalcomanie, videogame per Atari 2600 che promettevano salti e sgommate anche dentro il tubo catodico.
La sigla italiana – La ballata di Bo e Luke – era un country-pop al gusto Big-Bubble: scritta da Luigi Albertelli e musicata da Augusto Martelli, entrava nel cervello e ci costruiva una roulotte.
Non era l’originale americana (Good Ol’ Boys di Waylon Jennings), ma tanto bastava: finiva nei nastri dei Bimbomix per essere cantata in coro come se un inno da cortile. E forse lo era.
Prima che l’olio iniziasse a colare dai bulloni della produzione, Hazzard fu un successo istantaneo.
Perché funzionava? Perché aveva tutto: l’auto più riconoscibile d’America, inseguimenti al limite della fisica, una morale da western aggiornato con le cinture di sicurezza slacciate e una spolverata di ironia (mai volgare) che lo rendeva digeribile anche ai genitori.
Bo e Luke erano eroi senza pistola, ribelli (mica) per caso, ogni episodio era una fuga: dalle ingiustizie, dalla noia, dal nostro pianerottolo.
Ma dietro le quinte, come spesso accade, c’era il caos. Le divergenze tra John Schneider e Tom Wopat e i produttori sul tema di diritti di merchandising e stipendi esplosero proprio nel 1982. I due sparirono per un’intera stagione, sostituiti da due cloni senza anima, in piena NERV style.
Dicevano che Bo e Luke erano partiti per correre a NASCAR. La verità? Avevano staccato la spina per farsi rispettare. Il pubblico (chiaramente) li rivolle indietro. In TV, come nella vita, senza Bo e Luke non era Hazzard.
Hazzard andò in onda per un tempo che sembrava infinito: da Canale 5 a Italia 1, da Rete 4 ai palinsesti locali, come un mantra pomeridiano che nessuno osava spegnere.
Era impossibile accendere la TV tra l’83 e il ‘95 senza incrociare almeno uno dei voli del General Lee, una sbirciata alla gonna corta di Daisy o un piano maldestro di Boss Hogg.
Oggi le repliche sono rare, come le vecchie auto che ormai hanno fatto il loro corso. Ma Bo e Luke vivono in ogni salto mentale di chi, a metà pomeriggio, sogna ancora di evadere dalla contea invisibile in cui l’età adulta ci ha cacciati. Non sono tornati, perché i realtà non se ne sono mai andati.
Quanta nostalcia. Meno male che oggi c’è almeno YouTube!




