Nostalgia e brividi a ogni lancio di dado
Brivido non era un gioco da tavolo. Era un rito. Una seduta spiritica low-cost. Un esorcismo impacchettato in cartoncino e plastica fluorescente, pensato per bambini ma degno di Dario Argento in overdose di caramelle alla menta.
Te lo ricordi? Quel nome – Brivido – ti arrivava come un colpo di vento dalla cantina di un luna park abbandonato.
Aprivi la scatola e BAM: un castello smontabile che puzzava di muffa finta, pedine con la sindrome dell’ansia cronica e soprattutto LUI: quel maledetto teschio che rotolava giù come se il destino avesse improvvisamente deciso di suonare il campanello della tua infanzia.
E quando lo vedevi lì, incastrato nel camino come un occhio che ti fissa, capivi che qualcosa sarebbe successo. Qualcosa di gloriosamente inutile ma assolutamente necessario.
Altro che Risiko: Brivido era un horror meccanizzato, uno splatter per educande, la Disneyland dei poveri diavoli che avevano un solo desiderio: vedere se stavolta la scure si abbatteva davvero sulla loro pedina o se riuscivano a scappare per un soffio.
Brivido era un gioco che non sapeva di essere un gioco. Era un miraggio gotico sugli scaffali della Standa. Un’allucinazione condivisa da tutta una generazione che, senza saperlo, si stava preparando al terrore più grande: diventare adulti.
Radici magiche e fantasmose

In realtà Brivido non è nato in Italia negli anni Ottanta, bensì affonda le sue radici in un gioco americano.
L’originale risale al 1970, quando Milton Bradley lanciò Which Witch? – che arrivò in Italia nel 1972 come Castello Incantato.
La versione più celebre è però quella del 1985: MB presentò allora un’edizione ridisegnata chiamata Ghost Castle, che da noi finì per chiamarsi definitivamente Brivido. (In altre lingue il gioco è noto anche come Haunted House, Spukschloss e altri titoli similari.)
Queste trasformazioni sono più di semplici curiosità: raccontano come il concetto di “casa infestata” fosse un evergreen internazionale, riadattato di volta in volta alla sensibilità dei piccoli giocatori.
L’“originale” Which Witch? è ormai storia, ma il nome Brivido, oggetto quasi di culto popolare, resta stampato nella memoria di tutti.
Il castello tridimensionale e le sue trappole

Aprendo la scatola si scopriva un piccolo teatro di orrore: un castello di cartone tridimensionale diviso in stanze (camera delle scope, sala del vampiro, scala finale, ecc.) collegato da un camino centrale.
Qui si inseriva il protagonista: un piccolo teschio di plastica luminescente (nella recente riedizione sostituito da una sfera d’acciaio) che scendeva lungo i livelli azionando ingranaggi e leve nascoste.
La caduta di questa “biglia maledetta” attivava trappole meccaniche a sorpresa: la scure oscillava, il pavimento si inclinava, un ritratto si capovolgeva inaspettatamente.
In pratica, tutti questi meccanismi venivano azionati in modo casuale dalla caduta della biglia e ogni partita diventava uno spettacolo di tensione sempre diverso.
Era come se un piccolo ingegnere del terrore componesse in diretta un concerto di sobbalzi e urla, dove il pubblico erano i giocatori stessi.
Cast della paura e regole minimaliste
Il divertimento di Brivido stava proprio nella sua meccanica semplice ed essenziale. Ogni turno un bambino muoveva uno dei propri pedoni (due se si gioca in quattro, uno solo in due giocatori) seguendo il risultato del dado e magari pescava una carta sorpresa.
Tra le carte poteva comparire l’ordine di inserire il teschio nel camino – ed ecco che l’atmosfera si caricava di tensione in un istante.
Bastavano pochi elementi: qualche pedina, un dado e un mazzo di carte, ma la suspense era massima.
Come osserva il blog L’Antro Atomico del Dr. Manhattan, «Brivido resta il classico gioco semplicissimo»: poche regole, tantissima adrenalina.
Un po’ come certe canzoni punk rock che ti prendono e ti travolgono in tre accordi, Brivido incanta e terrorizza con un meccanismo ridotto all’osso.
Eredità e attualità
Il gioco scomparve presto dagli scaffali nei primi anni Novanta, ma l’affetto dei fan non è mai del tutto svanito.
Già nel 1984 MB pubblicò una versione a tema The Real Ghostbusters basata sugli stessi meccanismi, segno che il castello stregato era entrato nell’immaginario collettivo.
Ma la vera novità è più recente: nell’autunno del 2021 Grandi Giochi ha pubblicato una nuova edizione italiana di Brivido.
Questa versione 2021 – praticamente un remake filologico dell’originale anni Ottanta – è distribuita in Italia e disponibile online (a circa 29 € su Amazon) e in alcuni negozi di giocattoli, dimostrando che il brivido non è ancora del tutto uscito di scena.
Persino nell’era dei giochi hi-tech in cui tutti cercano un effetto speciale, Brivido sopravvive come un piccolo gioiello retrò: basta il rumore di un teschio di plastica che rotola per scuotere ancora una volta l’immaginazione dei bambini (e dei nostalgici di ieri).
Il fascino del teschio rotolante
In fondo, ciò che rende unico Brivido è rimasto sempre lo stesso: l’ingenuità del gioco infantile condita da una tensione quasi barocca. Il percorso buio del castello, i dettagli gotici del modellino in cartone e il tonfo finale del piccolo teschio in caduta libera evocano un’emozione primordiale.
Da un lato c’è il terrore giocoso di un labirinto di fantasmi, dall’altro l’ingegnosità di un marchingegno di plastica finemente ingranato.
Dietro al capriccio del sovrannaturale resta sempre una logica rigorosa. Brivido è così, un piccolo miracolo analogico dove la paura innocente e la meraviglia meccanica si mescolano in un’esperienza indimenticabile.